Vi regalo i primi 2 capitoli de “LA GEMMA DI MIW – parte 1”

In vista dell’uscita del seguito de “LA GEMMA DI MIW – parte1” che spero di riuscire a pubblicare entro la primavera 2018, per rinfrescare le idee a chi ha già letto il libro e per invogliare chi ancora non lo ha acquistato, oggi vi regalo i primi due capitoli.

Vi ricordo inoltre che potete vincere una copia del libro partecipando al Contest di cui vi ho parlato nel precedente articolo (cliccate qui per ogni informazione).

Buona Lettura

Scripty79

 

Capitolo 1

Vivono nell’ etereo vapore Irith,

i Caliel della Divina Idrial,

nella Prima Dimensione dei Tempi.

Cosparsi di rugiada e veli di nuvole.

Compongono  note e discorrono

nella loro lingua musicale,

quasi sussurrando.

L’imponente Stella Helial illumina

le loro clessidre e i loro troni di aria.

Nella sabbia bianca del tempo

essi hanno disegnato una forma.

Hanno creato e impastato terra, cielo e acqua.

E  la forma è divenuta reale.

Aprendo un lembo di nuvole, la Divina Idrial

Annuisce al grazioso miscuglio.

Una goccia rosa e azzurra cade da uno squarcio

 leggero della sua mano e si mischia al vapore di Irith.

Il salto nel vuoto si completa.

La Terra della Luna d’Argento fiorisce rapidamente.

I Caliel danno un nome ad ogni cosa che nasce

E la Divina Idrial annuisce alla sua creazione compiuta.

 

I Epoca Alquä – Anno 113 – Mese XII

La notte scura era odorosa di freddo e ghiaccio e con il suo ovattato abbraccio cingeva tutte la Foresta di Luvat’hil e la separava dalla grande catena montuosa di Endolia. Ogni creatura di Ardamithrisil, la Terra della Luna d’Argento, riposava al caldo dei propri ripari, tranne i militi della Guardia Reale Alquä, l’esercito elfico al servizio di Re Vëon. In un punto in cui la vegetazione si faceva meno folta, i forieri[1] stavano conficcando paletti di legno nel terreno per costruire l’accampamento, mentre un altro gruppo aveva già issato la tenda degli Ufficiali, l’alloggio confortevole e caldo, predisposto per le alte cariche dell’esercito. Un grande fuoco al centro dell’avamposto, crepitava e le sue lingue rilasciavano scintille in alto, accompagnando spirali di fumo verso il cielo stellato. Il grande silenzio della foresta amplificava ogni piccolo rumore e il canto dei grilli sembrava accompagnare musicalmente il lento ritmo della notte. Il rancio già ribolliva negli enormi pentoloni e uno spiedo arrostiva pesci e verdure succose e nutrienti. Grandi cesti di frutta, il cibo preferito degli Alquä, assieme ai dolci completavano i pasti, innaffiati da sidro e idromele. Un ausiliare entrò nella Tenda del Generale Calardan sorreggendo un vassoio finemente cesellato e marchiato con lo stemma della Guardia Reale Alquä.

“Il pasto serale” esclamò l’ausiliare che ad un cenno del suo superiore sistemò il vassoio sopra un piccolo tavolino.

Azhard Alquä[2], Generale Calardan!” esclamò congedandosi l’ausiliare non prima di aver portato il pugno sul cuore, come si comandava a tutti i membri della Guardia.

Azhard Alquä!” rispose anche lo stratega Ioldaer a cui fece eco poi proprio Calardan.

Quest’ultimo era ormai da un po’ di tempo in piedi di fronte al grande tavolo dove era stata dispiegata una gigantesca mappa di Ardamithrisil. Vicino a lui, lo Stratega dell’Eccellenza Reale fissava alcune bandierine d’argento appuntate sulla mappa. Gli occhi color ghiaccio striati di azzurro dello Stratega, si muovevano veloci sulla mappa mentre le mani forti facevano perno sul tavolo quasi a voler sostenere tutto il peso del corpo. Dopo qualche istante Ioldaer alzò lo sguardo ed alcune ciocche di candidi capelli chiari e lisci caddero sulla sua fronte larga.

“Secondo le indicazioni fornite dai Cacciatori delle Foreste e i rapporti del mio reparto, a parte qualche razzia da parte di ladruncoli occasionali e qualche zuffa tra nani e shiners piuttosto che dispute tra fate e mezzelfi, non abbiamo rilevato particolari situazioni di sostanziale pericolo…. la vera minaccia ora sono questi nuovi esseri, gli Yàarcalen… si stanno spostando verso di noi…. la maggior parte della vegetazione nelle Terre di Loralia è stata depauperata e non è più fertile. Inoltre sappiamo poco di questa neonata specie e sappiamo ancora meno delle loro tecniche di combattimento e di spostamento, questo purtroppo ci limita ancora negli interventi difensivi. L’unica cosa evidente è che sono voraci, la loro sete di clorofilla e fibre vegetali è insaziabile… e pur di averne… oltrepassano qualsiasi ostacolo gli si para davanti, arrivando anche ad uccidere” esclamò con tono grave Ioldaer, all’indirizzo del fratello gemello Calardan.

“Ora è la vegetazione di Luvamil che gli fa gola a quanto pare…. pensate forse che sappiano anche dell’esistenza dei Mïw?” chiese Calardan avvicinandosi e fissando distrattamente la mappa.

“Spero di no… le nostre coltivazioni sono ben protette dalle mura della Fortezza… questi esseri non hanno rapporti con la razza umana, anzi sembrano  decisamente mal disposti verso qualsiasi cosa li possa ostacolare dalla ricerca spasmodica di clorofilla e liquidi vitali… quindi non penso che sappiano ciò che i mortali hanno scritto negli Antichi Fascicoli di Ildisia circa i Mïw. Queste creature sono decisamente ostili e qualche umano è stato dilaniato orribilmente…  ad ogni modo ne stanno sicuramente fiutando l’odore…” rispose Ioldar avvicinandosi al vassoio del cibo. Prese una coppa e bevve avidamente il succo di melograno accompagnandolo con un soffice e dolce pane al miele.

“Siete ancora convinto che esistano quelle dannate pergamene su cui siamo stati schedati? Io no! … dopo la fine delle ostilità a Ildisia, tutto è stato bruciato così come le memorie e le fantasticherie errate circa la nostra razza…”

“Lord Erius Lochlainn non ci ha mai schedato… chi dobbiamo temere davvero è suo figlio Lord Vilfred Lochlainn… lui è l’artefice di tutte le menzogne su di noi e le antiche pergamene sono state in parte violate e manomesse. Comunque non è tutto finito con lui caro fratello… è stato necessario che i Caliel e la Divina Idrial innalzassero montagne inaccessibili, per mettere fine alle ostilità… molti di loro non hanno compreso le nostre intenzioni e il nostro reale dovere nei loro confronti… sono pur sempre elfi dannati a cui la Divina Idrial ha tolto l’immortalità e la fiducia per sempre. La razza umana non è nient’altro che una nostra cellula che si è moltiplicata… e in molti casi si è purtroppo ammalata, generando degli esemplari ignobili, senza valori e onore che seguono un tiranno. I Caliel hanno messo alla prova molti di loro, ma hanno fallito in tutto. I seguaci di Lord Vilfred Lochlainn continuano a studiarci, narrando di generazione in generazione tante inesattezze e imprecisioni storiche, rifiutando il nostro aiuto. Non gli serve e non lo vogliono. Possiamo solo sorvegliarli durante il corso della loro vita autodistruttiva e intervenire ove necessario. D’altronde la mia Eccellenza Reale ha ottime soluzioni per evitare che facciano danni importanti…” spiegò Ioldaer, con tono pacato e un ghigno sadico, al fratello che annuì preoccupato. Calardan mal tollerava le decisioni in merito alle tecniche di controllo delle altre specie, attuate dal fratello. Preferiva di gran lunga soluzioni più diplomatiche tra cui il dialogo oppure la sensibilizzazione dei fratelli mortali al mantenimento dei valori e della pace su Ardamithrisil. L’Alto Consiglio però aveva dato carta bianca anche al gruppo militare guidato da Ioldaer e si fidava ciecamente dell’astuto stratega per carpire informazioni. Calardan poteva solo immaginare quanto il fratello abusasse del suo potere versando sangue anche quando non fosse realmente necessario.

“E i Vlosserim[3] fanno festa pensando al male che nonostante tutto sono riusciti a seminare… prima di essere cacciati e rinchiusi nel Portale Admir” rispose Calardan fissando la mappa, facendo accenno alle divinità oscure di Ardamithrisil, sconfitte dai Caliel durante la creazione di quelle rigogliose terre. Ioldaer lo fissò accigliato per un istante e non rispose.

“Quindi pensate che possa ancora esistere qualche accenno ai Mïw, nelle pergamene e nelle leggende dei mortali e che li verranno a cercare nuovamente, prima o poi?” proseguì poi Calardan. Ioldaer mantenne sul fratello un espressione accigliata.

“Il furto della talea ad opera di quel Cavaliere… Berbalur, subito dopo la fine della Prima Grande Guerra voluta da Lord Vilfred Lochlainn, mi fa pensare che i mortali possano aver iniziato a fare ricerche ed esperimenti e le stesse siano state inserite nelle pergamene di Ildisia… ma la verità almeno per ora  dovrebbe essere al sicuro e non credo che siano stati in grado di coltivare i nostri preziosi fiori…. quella talea  sarà senza dubbio marcita in qualche loro lurida cloaca” concluse Ioldaer terminando la sua magra cena.

“Ad ogni modo… le frange del mio esercito sono pronte a tutto, ora cosa pensate di fare, fratello?” chiese il Generale Calardan allo Stratega strappando un acino di uva dall’enorme vassoio. Il rapporto stilato dall’Eccellenza Reale era di vitale importanza per organizzare le manovre dell’esercito e questo Calardan lo sapeva bene, non poteva prescindere quindi dalle indicazioni del fratello. Ioldaer andò a sedersi sul suo scranno e poggiò il dorso della sua mano sotto al mento mentre con l’altra accarezzava l’elsa della sua Goccia, una bellissima spada di pregiata fattura elfica composta da una lama sinuosa e tagliente, leggera come l’aria ma in grado di tagliare anche il più duro dei tronchi di quercia secolare. La lama era pulita e scintillante ora, ma molto spesso Ioldaer la usava per giustiziare e straziare le carne dei malcapitati in battaglia, non concedendo mai una grazia o benevolenza.

“Il mio reparto si dividerà in due tronconi e pattuglierà le pendici di Endolia e se necessario attraverserà la montagna giungendo anche a Ildisia. Le montagne sono abbastanza inaccessibili a chi non ne conosce tutti i pertugi e i tratti più impervi ma vanno comunque presidiate, mentre invece le coste…. quelle debbono essere pattugliate a fondo, potrebbero rappresentare l’unica via di accesso ai nostri territori o di fuga” esclamò Ioldaer con il suo tono sempre calmo e mellifluo che nascondeva solo in parte la vera anima dell’elfo, molto sicuro di sè e misterioso.

“Allora schiererò le mie truppe in previsione di qualsiasi attacco, dislocandole  in vari punti attorno alla Fortezza di Luvat’hil. Manderò i messaggeri a Punta di Lancia per avvertire anche le Flotte del Capitano Felior. Sarà bene che pattuglino oltre alle coste anche l’arcipelago di Eleven e  Laguna di Even…. nostro padre sarà fiero del nostro operato!” concluse con tono deciso Calardan tornando ad esaminare la mappa e dando le spalle al suo gemello. Ioldaer tacque un istante mentre la sua espressione si accigliò ulteriormente e si morse le labbra per la rabbia. Poi, stringendo i pugni, scattò in piedi piombando immediatamente alle spalle del fratello e con un violento strattone lo costrinse a voltarsi.

“Sappiamo entrambi dove finirà la Gemma di Mïw, qualora Re Vëon dovesse morire… egli ha fatto la sua scelta sin dal giorno della nostra nascita… non sarò certo io ad ereditare il trono…. perciò risparmiate i convenevoli e tenetevi tutti i meriti di questa fottuta vittoria! A me non serviranno!” sibilò Ioldaer prendendo per il bavero il fratello con tutta la sua rabbia. Indi serrando le labbra diede un ultimo scossone e voltandosi di scatto uscì dalla tenda. Calardan si massaggiò il collo e non poté fare altro che sopportare l’ennesima sfuriata del fratello. Ioldaer aveva un carattere particolare, non era mai misurato nelle sue emozioni nonostante fosse un elfo. Conduceva un’esistenza turbolenta a dispetto della sua natura elfica e nonostante nelle sue vene scorresse linfa reale e la Costituzione degli Alquä permettesse sporadici contatti con le altre razze che fossero comunque di allineamento buono, egli si trovava spesso a trasgredire queste norme e per nascondere ai confratelli le tracce delle sue estrosità, non esitava ad  uccidere brutalmente chiunque avesse avuto contatti con lui e si fosse rivelato una potenziale pericolo per se e per gli Alquä. Era ribelle, ambizioso e assetato di potere.  Odiava la sua famiglia d’origine perché fin dal principio aveva capito che la Gemma di Mïw, il prezioso e potente diadema del Re Vëon, qualora fosse venuto il momento, sarebbe passato a suo fratello Calardan, per una pura motivazione comportamentale. Nemmeno la complicata dinamica della nascita venne in suo aiuto, infatti i due elfi, vennero dati alla luce contemporaneamente e non era stato possibile stabilire chi fosse nato per primo anche perché, come narrano le storie di palazzo che si sono poi diffuse velocemente in tutto il villaggio di Luvat’hil essi si tenevano per mano. Erano quindi gemelli, anche se diversi. Fu in quel momento che il Sovrano pregò la Divina Idrial e i Caliel affinché gli indicasserro la via da percorrere, ma Idrial e le divinità elfiche, riponendo grande fiducia, misero tutto nelle mani dei sovrani ritenendoli coscienziosi e responsabili. Mentre i due gemelli crescevano, Re Vëon e la Regina Menelyë li osservavano con attenzione e finalmente compresero qual era la scelta da fare. Calardan era più misurato e coscienzioso, era l’esempio di un perfetto Alquä e possedeva tutte le caratteristiche descritte nel codice d’onore degli Alquä, era sempre mosso dal suo desiderio di Bene, Pace e Giustizia, si considerava congiunto di ogni altro elfo e come un’estensione della propria anima e del proprio corpo, inoltre considerava la nascita di Ardamithrisil come segno dell’ amore della Divina Idrial verso le sue creature e si ergeva completamente a suo umile servo e custode. Quanto alla spada, la considerava come l’ultima delle armi a sua disposizione e l’ultima via per la soluzione di conflitti interni e di dispute con altre razze. Ioldaer invece, già da piccolo aveva un temperamento molto diverso e sebbene tenesse molto alla sua terra, era più incline alle influenze delle razze e all’influenza dell’energie impure e a menar le mani anche quando non era necessario. I Sovrani non faticarono dunque molto a trovare la risposta al loro quesito e quando i gemelli raggiunsero l’età giusta per comprendere e divenire Alquä a tutti gli effetti, comunicarono le loro decisioni. Calardan sarebbe divenuto il futuro erede al trono mentre Ioldaer, più incline alla lotta fu destinato al comando dell’Eccellenza Reale che era il Corpo di Guardia scelto per mantenere la sicurezza della Famiglia Reale. Ioldaer non perdonò mai i suoi genitori per questa scelta e covava continuamente, sentimenti di vendetta e ribellione, sentendosi inutile e messo in disparte. Col tempo Ioldaer cresceva ma questo sentimento infantile  spesso tipico tra fratelli,non si era mai più affievolito e aumentava così come aumentavano le responsabilità.

Calardan, ancora visibilmente scosso per l’ennesimo scontro col gemello, ordinò ad un ausiliare di chiamare a raccolta i capitani di tutti i reparti della Guardia Reale ed essi non tardarono all’adunata.

Si presentarono uno dopo l’altro gridando con orgoglio il saluto militare e portando il pugno al petto. Il primo ad entrare e a sedersi al grande tavolo fu Danaiel, il Capitano della Fanteria, un elfo dai capelli chiari e corti. Un corpo esile ma comunque forte e veloce in battaglia. Indossava l’equipaggiamento di ordinanza composto da un corpetto a piastre, schinieri, gambali e bracciali in cuoio chiaro, una cintura d’arme d’acciaio a cui era agganciata una spada corta. Sottobraccio recava l’elmo della Guardia Reale, donato a tutti i soldati e composto da parti in acciaio splendente e argento, aperto leggermente sul viso nella zona degli occhi e del collo e si estendeva obliquamente verso l’alto dando un’armonica e aerodinamica forma al capo, terminando con una punta arrotondata su cui spiccava un piumaggio lunghissimo di colore azzurro e viola. Su tutta la superficie dell’elmo vi erano degli intarsi che ricordavano le ramificazioni degli alberi e delle foglie di vite e terminavano in un fregio che raffigurava un fiore di Mïw, la risorsa più importante degli Alquä. Il fiore di Mïw era il simbolo della Benedizione della Divina Idrial e dei Caliel sui loro figli e cresceva rigoglioso nella sola regione di Luvamil. I Mïw possedevano proprietà benefiche e gli Alquä ne usavano l’essenza, le foglie e il succo per usi diversi quali unguenti e medicamenti e addirittura mischiavano un po’ di succo all’interno della mistura che serviva alla forgiatura delle armi e delle corazze per renderli più resistenti.

Dietro di lui avanzava Glarial, il Capitano della Cavalleria, anche lui in alta uniforme ed equipaggiamento completo composto da un corpetto in cuoio borchiato, schinieri, gambali e bracciali in cuoio, una cintura a sostenere una spada corta e una balestra molto leggera e maneggevole. Anche lui come tutti i militi della Guardia Reale, indossava l’elmo fregiato col Mïw. Seguirono poi Aroiel, Wiliar e Mannoel, capitani rispettivamente dei Lancieri, Arcieri e Cacciatori delle foreste. Avevano anche loro l’uniforme di ordinanza di base più le armi di reparto come le lance, gli archi fatti col legno di faggio e bambù e daghe elfiche molto maneggevoli e taglienti. Tutti indossavano mantelli di un blu splendente ricamato con lo stemma della Guardia Reale e poco più sotto quello del Clan di appartenenza. Ogni soldato recava sui punti vitali e sugli arti, oltre alle protezioni in cuoio nero, anche sottili placche di argento leggero incastonate tra loro in una trama simile a quella delle scaglie dei pesci, rese resistenti dal potente succo dei Mïw e dal lavoro certosino dei Fabbri di Luvamil, per far si che la loro agilità in battaglia non fosse compromessa. Gli elfi infatti facevano dell’agilità un loro punto di forza ed essendo longilinei ed asciutti non erano quindi fisicamente in grado di portare le stesse armature dei mortali o dei nani.

“Confratelli, siamo nuovamente in battaglia. Sono arrivati degli esseri a noi sconosciuti, forse dai Mondi Ignoti al di là dei Tre Mari d’Argento. I princìpi degli Alquä sono quelli di generosità, fratellanza e condivisione in virtù di scambi reciproci, ma questi esseri si sono dimostrati poco inclini alle regole imposte su Ardamithrisil e, seppure per una giusta causa, sono malvagi. Uccidono gli altri per mantenersi in vita, lo fanno inconsciamente per un puro spirito di naturale sopravvivenza ma purtroppo non possiamo permettergli di sopravvivere a scapito della vegetazione di Ardamithrisil. Sembra che la loro caratteristica principale sia la sete di clorofilla… hanno già distrutto molti ettari di foreste e questo sta creando danni anche a tutte le specie che vi abitano, destabilizzando i delicati equilibri degli ecosistemi. Molto presto non ci sarà più cibo e acqua per nessuno… nemmeno per gli ostili mortali e nemmeno per noi. Abbiamo il compito di proteggere e di salvaguardare la nostra terra dai pericoli. I Divini Caliel hanno voluto che fossimo noi i guardiani di Ardamithrisil ed ora è giunto il momento di intervenire” spiegò con tono grave il Generale Calardan mostrando ai Capitani le zone in cui questa neonata specie aveva già fatto razzia.

“Non abbiamo molte indicazioni su di loro perciò dovremo fare molta attenzione durante le ronde, cercare di scoprire quanto più possibile sugli Yàarcalen e di catturarne qualcuno per interrogarlo. Uccidete solo in caso di vera necessità e comunque se lo farete abbiate cura di non straziare il corpo… ci potrà essere utile per raccogliere informazioni sull’anatomia di questa specie e su cosa abbia donato loro la vita. Domattina all’alba voglio che raduniate cinquanta militi di ogni reparto pronti e armati. I reparti pattuglieranno rispettivamente la Regione di Luvamil e le coltivazioni di Mïw, mentre  tutto il resto dell’esercito rimarrà nei territori dei Clan Joran, Ryroras, Aethë, Nehthë! Il nostro avamposto sarà comunque qui e fungerà da collegamento più vicino alla Fortezza Reale” concluse Calardan guardando uno ad uno i suoi sottoposti. Danaiel aveva uno sguardo molto preoccupato e corrucciato mentre Aroiel fece un passo avanti e si voltò di lato per farsi udir sia dal generale che dalla platea.

“Generale cosa ne facciamo dei territori dei Castlhor? sono pur sempre territori di Ardamithrisil… anche se traditori… i Castlhor sono comunque nostri confratelli” chiese. Calardan si aspettava la domanda e un sorriso spento si dipinse sul suo volto.

“Le altre razze possono in un certo senso sbagliare e sta a noi Alquä riportarli sulla retta via con ogni mezzo… ma se sono i nostri stessi confratelli a tradirci non possiamo far finta di nulla, la nostra razza pura non ammette errori. Non c’è una seconda possibilità. I Castlhor di Licadron non sono più nostri confratelli da tempo immemore, sono stati banditi e cacciati dalle nostre regioni. Sono divenuti Vlosserim, adoranti di Irius e Qirva e non posseggono più anime sottili, anime di luce, sono oscuri, avidi, infimi e animati da valori e pulsioni che non ci appartengono pertanto la loro sopravvivenza non è una questione che ci appartiene ed è bene ucciderne quanti più possibile. Benchè essi vivono nelle viscere della terra, nelle Città Sotteranee, dobbiamo comunque scongiurare il pericolo che approfittino della situazione per invadere i nostri territori puri usando qualcuno dei loro oscuri poteri… se qualcuno di loro capiterà in mezzo alla battaglia non faremo distinzioni. Per questo voglio che innanzi alle porte della breccia di Ryroras vi sia sempre un plotone di guardia e anche sui camminamenti di ronda! Ora andate e diramate gli ordini ai vostri sottoposti!” ordinò il Generale. Non appena il gruppetto abbandonò la tenda, il giovane elda dai lunghi capelli di un bellisimo castano chiaro e dagli occhi di un verde smeraldo luminoso, chinò il capo. Pensò all’ennesimo scontro col fratello ma nonostante tutto avrebbe cercato nuovamente la pace con suo fratello. Dopo qualche istante uscì dalla tenda e fece il suo consueto giro di controllo nell’accampamento per vedere se i suoi ordini erano stati ben compresi e diramati alle truppe. Il suo volto perfetto e liscio era illuminato dal tenue chiarore della luna. L’elda era alto e longilineo con una muscolatura asciutta. Le labbra ben disegnate, sottili e chiare ne impreziosivano i già graziosi contorni a differenza di quelli del fratello gemello che erano leggermente più marcati. Gli occhi dal taglio allungato impreziosivano il volto dall’incarnato pallido come la luna.

Calardan proseguì l’ispezione dell’accampamento. Le tende erano state piantate e i soldati a riposo mangiavano silenziosi il loro rancio attorno al grande fuoco acceso al centro dell’accampamento. Dalle stalle della cavalleria si udiva qualche nitrito misto al rumore delle spade e delle frecce sibilanti di altri soldati impegnati nelle esercitazioni con i busti di paglia. Tutto intorno, l’accampamento era protetto dal plotone di guardia. L’insieme dei suoni dell’accampamento feriva appena la coltre di silenzio che contornava la radura all’interno delle Foreste di Luvamill. Calardan cercava ora il gemello, spaziando con lo sguardo ogni angolo dell’accampamento e dove non arrivava la luce della luna e del fuoco egli si aiutava con la sua vista perfetta anche nelle ore notturne, caratteristica questa di ogni singolo elfo Alquä. Di suo fratello Ioldaer non vi era traccia. Calardan si distaccò dall’accampamento, raggiungendo la parte estrema della radura che confinava con la fitta vegetazione della foresta. Posò un ginocchio a terra e accarezzò il terreno con la sua candida mano, chiudendo gli occhi mentre il terriccio si insinuava tra le dita. Un lieve bagliore azzurrino scaturì dal palmo e si avvolse attorno all’avambraccio, trasformandosi poi in un’aurea leggera che avvolse tutto il corpo. In quell’istante Calardan aprì gli occhi e sotto al suo palmo apparve una specie di nuvola di vapore dai contorni difformi e sfumati. Si curvò un poco mantenendo alta la sua concentrazione e poté vedere nel vapore alcune immagini della Foresta e poi i Tre Mari. Le immagini si spostavano velocemente come se egli stesse volando in alto su Ardamithrisil e riuscisse a vedere ogni angolo della sua terra. Cercava di individuare la presenza sottile ed eterea del fratello ma non vi riuscì. Serrò le labbra cercando una concentrazione piena, ma non riuscì ugualmente nell’intento di percepire Ioldaer. La fronte corrucciata  rivelava la fatica del giovane Alquä mentre egli applicava il suo potere. Ad alcuni Alquä la Divina Idrial e i Caliel, avevano concesso dei poteri, che i prescelti avrebbero poi scoperto soltanto lungo il corso della vita. Il dono sarebbe divenuto sempre più potente se il prescelto lo utilizzava in uno stato di perfetto equilibrio mentale e fisico. Qualora il soggetto fosse esposto ad emozioni troppo forti, sia negative che positive avrebbe perso la concentrazione danneggiando sensibilmente il suo utilizzo. Nel momento in cui il prescelto si allontanava dalla sua natura eterea e sottile e sceglieva di sua volontà di seguire altri allineamenti, egli perdeva qualsiasi tratto distintivo della pura razza e di conseguenza anche il potere concesso dai Caliel. La mutazione di un Alquä si definiva in base ai contatti e al suo modo di vivere. Se un Alquä si comportava come un mortale e ne sposava i principi, col tempo sarebbe divenuto tale, ereditando anche sul corpo i tratti distintivi della sua mutazione come ad esempio la mortalità e l’evidente trascorrere degli anni. Calardan era un Alquä puro e pertanto aveva sviluppato completamente la Percezione, il dono a lui concesso. Attraverso questo dono infatti egli era in grado di percepire dove si trovassero le persone con cui egli aveva un legame di sangue o di amore reciproco, di correre in loro aiuto semmai ne avessero avuto bisogno. Lo sforzo era divenuto insopportabile e un fitto dolore alla testa, costrinse l’Alquä ad interrompere la pratica. La nuvola di vapore sparì immediatamente così come l’aurea azzurrina attorno alle membra dell’elda, che cadde al suolo privo di forze. Applicare un dono richiedeva un grande lavoro di concentrazione che debilitava sensibilmente  il possessore, a volte anche per ore, se il suo equilibrio psicofisico era minato. Calardan infatti stette immobile per un po’ e riverso su di un fianco con gli occhi socchiusi.

“Perché…?” mormorò tra se e se sentendo una tristezza immensa dentro il suo cuore. Si poneva questa domanda ormai da molti giorni. Non riusciva a dare una risposta a questo suo interrogativo e si crucciava per questo. Il suo dono non stava funzionando a dovere nonostante egli fosse pieno di spirito e purezza. Si chiedeva per quale motivo non riuscisse più a percepire l’aurea del gemello. Mille domande e mille soluzioni affollarono la sua mente in quell’istante, poiché non aveva modo di tentare più volte la Percezione in quanto questo avrebbe richiesto una grande concentrazione e uno sforzo spirituale e fisico che lo avrebbe debilitato per molto tempo. Ora non poteva permetterselo. Vi erano venti di guerra ed egli doveva essere in perfetta salute per proteggere la sua terra e mettersi al suo servizio. Cercò di sollevarsi da quel giaciglio improvvisato, facendosi forza sulle braccia e ci riuscì anche se le gambe gli tremavano e gli girava la testa. Camminando lentamente e appoggiandosi agli alberi fece ritorno all’accampamento. Gli alberi muovevano appena le loro radici e i loro rami per rendere agevole il cammino al loro fratello Alquä. La vegetazione era grata al popolo elfico e lo dimostrava ogni qualvolta poteva.   

[1] Corpo militare incaricato di portare i materiali per la costruzione degli accampamenti e avamposti militari.

[2] “Traduzione  “Onore e Spirito per gli Alqua!”

[3] Elfi di Sangue”.  Durante la Creazione di Ardamithrisil, la Madre Divina Idrial scelse  i Caliel più meritevoli per popolare la nuova terra. Irius e Qirva non furono scelti e per vendetta iniziarono a seminare malvagità attraverso i modi più disparati tra cui quello di portare dalla loro parte l’intero Clan dei Castlhor . Per interrompere le loro nefandezze , la madre Idrial li imprigionò in un’altra dimensione chiusa dal Portale Admir. Il Portale può essere aperto solo con la potente Gemma di Mïw.

 

Capitolo 2

Degli Alquä custodisce la storia.

Con candida devozione serve i Sovrani.

Compone armonici volteggi di parole e

Mescola colorate alchimie in ampolle di cristallo.

Le nodosità del bastone con cui si sorregge

Partecipano alla lotta.

Il futuro impregna le sue vesti.

 

 I Epoca Alquä – Anno 113 – Mese XII

Una piccola spirale di fumo viola, cominciò a fuoriuscire dall’ampolla di cristallo trasparente, terminazione ultima di un complesso sistema di tubicini e contenitori del medesimo materiale, tutti collegati tra loro. L’imponente struttura occupava quasi la metà del prezioso tavolo di legno di faggio che troneggiava al centro della stanza. A corredo della struttura vi erano pergamene e enormi tomi ingialliti dal tempo. Un enorme libro dalla spessa copertina realizzata con corteccia di palissandro e fogliame secco, in cui c’erano molti segnalibri di stoffa, occupava l’altra metà del tavolo. Un continuo ribollire misto al rumore dei vapori che fuoriuscivano dai contenitori, faceva da sottofondo all’ambiente in cui l’alchimista Leossarth lavorava senza sosta. Curvo sulle sue scartoffie di tanto in tanto rovesciava nell’altra ampolla posta all’inizio della struttura, gocce di acqua pura e brillante. In quel contenitore vi era già un liquido rosa che di tanto in tanto lanciava piccoli bagliori azzurri e blu specialmente quando veniva a contatto con l’acqua. Sul fondo invece, vi era un piccolo strato di poltiglia resa melmosa dal continuo ribollire. Leossarth si voltò verso il cesto di vimini vicino alla porta di quella specie di laboratorio. Vide che vi era ancora un mazzo di strani fiori rosa e azzurri con le foglie di un bel verde smeraldo, lucide e gonfie. Questi fiori avevano la forma di una goccia. I petali azzurri custodivano al loro interno una specie di ghiandola o bulbo, il cui nucleo era di colore rosa visibile solo alla luce del sole. Il bulbo era ricoperto di venature gonfie e pulsanti e non appena le sue pareti toccavano l’interno di quello strano sacchetto, questo diveniva di un azzurro intenso striato di viola. I fiori, nonostante fossero stati staccati dalla terra sembravano ancora vivi e le venature continuavano a pompare il fluido rosa che ne alimentava l’essenza e la vita. L’alchimista si avvicinò al cesto e sollevando appena la sua tunica nera e grigia si inginocchiò. Prese il mazzo e esaminò con cura i fiori. Le sopracciglia bianco latte si piegarono verso l’interno rivelando l’espressione seria e corrucciata dell’anziano alchimista. Egli poi si alzò e tornò al suo tavolo sezionando i fiori. Strappò con cura tutti i petali e li mise in una ciotola a far compagnia ad altri petali. Fece lo stesso con le foglie e il gambo, conservandoli poi in ciotole separate. Dopo questa delicata operazione egli aveva ora nel palmo della mano tanti piccoli bulbi rosa che pulsavano di vita e di luce. Senza esitazione li gettò nell’ampolla posta all’inizio della struttura sotto la quale ardeva la fiamma possente di una candela di forma cilindrica. I bulbi caddero nel liquido bollente e si sciolsero provocando una piccola esplosione di vapore rosa. Il succo si mescolò a quello che già ribolliva e qualche scoria toccò il fondo dell’ampolla. Il nuovo succo viaggiava sotto forma di vapore acqueo all’interno dei condotti di cristallo e Leossarth ne seguiva il delicato percorso, prendendo appunti e alternando le iridi blu tra il macchinario e la pergamena. “Yaar Anwa[1] sussurrò tra se e se l’alchimista, mentre versava nell’ampolla un liquido denso e rosso scuro.  Il vapore si trasformò nuovamente in liquido che si mischiò all’altro rosso. Il composto mescolato e violaceo cadde infine nell’ultima ampolla. Quando anche l’ultimo bulbo terminò la sua trasformazione, l’ingegnosa struttura smise di emanare vapori e bollori rumorosi e l’anziano alchimista sorrise soddisfatto prendendo l’ampolla tra le mani e sollevandola appena per osservarne il contenuto. La stanza era illuminata dalla luce del sole, che filtrava dai vetri della grande cupola delle Sale dell’Alto Consiglio degli Alquä , il Padiglione Est del Palazzo Reale. Il fluido violaceo si muoveva appena e Leossarth fece roteare su se stessa l’ampolla per studiarne meglio i movimenti e la viscosità. Il fluido, ad ogni movimento si adagiava sul collo dell’ampolla per poi ricadere lentamente sulla sua superficie originaria. L’alchimista era soddisfatto della consistenza del fluido cosicché sigillò l’ampolla con una foglia di edera tenuta stretta da una cordicina molto sottile. Dopo aver raccolto tutti i suoi tomi e le sue pergamene in una piccola cassapanca sotto al letto, l’alchimista lasciò il suo alloggio, portando con se l’ampolla. Attraversò il cortile circolare lasciandosi alle spalle i cinque alloggi ospitati all’interno del Padiglione. Le Sale dell’Alto Consiglio erano delle stanze nel Palazzo Reale, donate ai Cinque Membri dell’Alto Consiglio Alquä ovvero la guida tecnica e  organo consultivo per la direzione della vita del popolo elfico. La struttura delle Sale era costruita intorno ad un cortile circolare in pietra bianca con i cinque accessi. L’alloggio di Leossarth si trovava  alla sinistra dell’immenso portoncino principale. Ogni sala era arredata rispettando le necessità di chi vi alloggiava e nel caso di Leossarth egli aveva fatto sistemare la sua enorme libreria e tutti gli oggetti con cui svolgeva la sua attività, come ampolle, piccoli alambicchi, provette, boccette varie e gemme di svariate dimensioni e colori, polveri strani liquidi solidificati. A differenza degli altri alloggi del Padiglione Est, nell’alloggio di Leossarth vi era una botola ben nascosta sotto la libreria, che conduceva, dopo una serie di cunicoli e cave che si estendevano per tutto il perimetro del Palazzo Reale, direttamente alla Sala del Trono. Leossarth era una figura molto importante per i sovrani e non rappresentava soltanto l’Alto Consiglio ma era considerato come un vero e proprio membro della famiglia Reale, anche se acquisito. Inoltre metteva a disposizione i suoi poteri magici per la sicurezza dei reali e per incrementare la forza della Guardia Reale Alquä. Leossarth non approfittava di quel vincolo speciale che aveva con i sovrani e si atteneva scrupolosamente all’etichetta di corte, infatti, una volta lasciato il Padiglione Est del palazzo Reale, percorse il portico che conduceva al portone della Sala del Trono e attese di essere ricevuto. Si guardava intorno e riceveva sempre i sorrisi e gli sguardi sereni dei militi di guardia che pattugliavano ogni angolo del palazzo, così come dei servitori. Si voltò verso l’enorme scalinata che discendeva verso il villaggio, poiché il Palazzo Reale era edificato su una motta naturale[2] poi, guardando oltre, osservò l’imponente cinta muraria che racchiudeva in se il cuore pulsante degli Alquä ovvero la Fortezza di Luvat’hil. Al di là delle mura, la vasta e rigogliosa vegetazione della Regione Luvamil. Un lieve sorriso rivolse a quel luogo che lo aveva accolto come un figlio anche se non apparteneva alla razza Alquä e che lo aveva salvato da una morte certa. Socchiuse gli occhi come a voler scacciare quel ricordo lontano che ogni tanto con prepotenza tornava a farsi sentire.

Muindor, Haran  Vëon  iv dartha”[3] esclamò in quell’istante uno dei due lancieri di guardia, che aprì gentilmente il portone della Sala del Trono. Leossarth avanzò piano calpestando la pregiata guida che conduceva al trono. La sala era illuminata dalla potente luce del sole che proveniva dal lucernario posto sulla guglia più alta del Palazzo Reale. Camminando verso il trono, dal lucernario si potevano distintamente vedere le cime delle tre Torri Merlate della Fortezza, due delle quali servivano alle attività di guardia e  avvistamento mentre la terza centrale conteneva al suo interno microscopiche celle in cui venivano chiusi i prigionieri di guerra e i traditori. Ad entrambi lati della guida rosa e azzurra, verso il trono,  vi era un colonnato marmoreo che definiva i portici laterali  al di sotto dei quali si potevano vedere gli usci che conducevano alle altre aree del Palazzo Reale quali la Sala d’Armi, la biblioteca, la Sala Medica, i magazzini delle risorse e l’uscio che conduceva alle Sale della Fortezza. La Fortezza si estendeva a semicerchio dietro al palazzo Reale come se lo tenesse in grembo e lo cingesse in un abbraccio. Gli estremi della Fortezza che “abbracciavano” il Palazzo Reale erano rappresentati dal Padiglione Est dove vi erano le Sale dell’Alto Consiglio e il Padiglione Ovest che a differenza dell’altro era privo di mura e composto solo da colonne marmoree a cui si attorcigliavano graziose edere dal color smeraldo e ampi giardini. Entrambi i padiglioni erano di forma esagonale ed erano sormontati da una cupola di vetro, sorretta da intrecci di ferro battuto che ricordavano le radici degli alberi.

L’anziano alchimista avanzava sorridendo verso il trono. I leggeri passi si adagiavano lenti sulla guida. Non si udiva alcun rumore se non il fruscio della lunga tunica grigia e nera, sopra le caviglie. Re Vëon restituì il sorriso al suo consigliere e senza attendere che quest’ultimo giungesse a ridosso del Trono, scostando discese le scale andandogli incontro. Leossarth si fermò e si inginocchiò innanzi al Sovrano chinando il capo.

Haran Vëon…” sussurrò l’anziano quando vide le caviglie del Re fermarsi innanzi a lui.

Mellon Leossarth…”[4] rispose il Re posando la mano sul capo canuto dell’alchimista e invitandolo con dolcezza e grazia a sollevarsi. L’anziano si alzò e lo fissò con un’espressione dolce e socchiudendo gli occhi resi ancora più piccoli dalle folte sopracciglia bianco latte. L’eterea figura del Re risplendeva in una veste color ghiaccio che arrivava fino alle caviglie. Sopra le spalle e sul torace asciutto e longilineo, indossava un cotta di maglia a piastre dello spessore di una foglia che aderivano perfettamente alla sua slanciata figura e la risaltavano ancor di più. Ai fianchi una cinta d’argento sorreggeva due daghe elfiche su entrambi i lati, le cui else risplendevano luminose. Ai piedi infine, leggerissimi stivali di pelle dello stesso colore della tunica, che rendevano i passi del Re ancora più felpati e silenziosi. Il capo dai lunghi capelli d’oro era impreziosito da lineamenti regolari del viso e da qualche ruga d’espressione ma anche da un diadema, il cui motivo era replicato sia sulla cinta che su una piastra che egli portava al collo come ornamento. Il diadema brillava di una strana luce rosata e azzurra a causa di una gemma che vi era incastonata dentro. Era la preziosa Gemma di Mïw. Essa sembrava quasi viva difatti il nucleo  chiuso nel cristallo, galleggiava leggero, mentre piccolissime venature azzurre pulsavano donando alla gemma quella strana luminosità. La Gemma sembrava inoltre risentire di ogni movimento o emozione che provava il Re, come se fosse una parte del suo corpo che reagiva ad ogni stimolo.

“Quali buone notizie mi portate in questo nuovo giorno che i Caliel ci hanno voluto donare? Suvvia raccontatemi…” chiese il Re portando entrambe le mani dietro le spalle e iniziando a camminare verso il padiglione ovest e invitando con un cenno il consigliere a seguirlo.

“Ho finalmente terminato il composto, dopo molti tentativi credo di aver trovato la formula corretta al vostro comando haran, sarò pronto per raggiungere il Lago Nenuil. Se posso suggerire, potremmo partire questa notte stessa, è l’ultima di questo anno turbolento… e l’anno che nasce con la caduta della nuova neve, potrebbe essere di buon auspicio” rispose l’anziano seguendo il Re lungo la passeggiata che conduceva al padiglione Ovest. I due non percorsero il corridoio solito, ma salirono la scalinata posta alle spalle del trono. La scalinata conduceva al piano rialzato, dove si poteva proseguire per accedere ad entrambi i padiglioni e ad una via più breve per raggiungere la fortezza. Poiché l’accesso era strettamente riservato ai Reali, il piano era sorvegliato da militi della Guardia Reale. Nonostante Leossarth fosse riconosciuto come membro della famiglia Reale e pertanto avesse accesso libero ad ogni ala dell’intero complesso, egli non se ne approfittava e attendeva sempre il consenso dei Sovrani per muoversi, tranne in caso di necessità, infatti se ci fosse stato bisogno, avrebbe potuto percorrere anche i sotterranei a cui si accedeva attraverso la botola posta al sicuro sotto il suo letto.

“Le vostre alchimie hanno funzionato … è di certo il segno che la benedizione dei miei progenitori, i Caliel, si rinnova dunque… e ci viene in soccorso… in questi tempi nefasti in cui Ardamithrisil sembra nuovamente vacillare al seme oscuro gettato dai Vlosserim. Mi giungono notizie molto preoccupanti, la deforestazione sta aumentando e molte specie stanno morendo poiché il loro ecosistema è stato aggredito e spezzato” esclamò con tono grave il Sovrano. I due giunsero al Padiglione Ovest, nel cui centro vi era un grande tavolo di marmo finemente decorato. Gli intarsi floreali si estendevano anche al grande blocco di marmo centrale su cui il tavolo era saldamente ancorato. Attorno al tavolo, c’erano ben dodici scranni dello stesso materiale, anche essi decorati ed impreziositi da fili di acciaio splendente e pitture con colori pastello. Le pitture, sparse anche sul tavolo, rappresentavano epiche scene di battaglia miste a piccoli ritratti dei grandi eroi Alquä che fecero la storia di Ardamithrisil e della razza elfica fin dalla creazione. Il Re e Leossarth si sedettero attorno al grande tavolo.

“I vostri figli saranno in grado di riportare nuovamente la pace come è stato fatto dopo la Prima Grande Guerra con i mortali ad Ildisia” aggiunse Leossarth.

“Già…” rispose con un filo di voce, il Re portando il suo sguardo azzurro al di là del colonnato del Padiglione. Il panorama intorno era immenso. Da quella postazione era possibile vedere tutto il villaggio Luvat’hil e la sua cinta muraria, le ampie distese dei Mïw. Puntando lo sguardo sempre ad ovest, all’orizzonte si potevano osservare distintamente, quando non vi era foschia o pioggia, le grandi regioni di Joran, Ryroras e più in lontananza, in comunione con il mare, la regione Nehthë. Spostandosi ancora di più a nord ovest si poteva vedere la regione Aethë e la regione del Khilian. Tutte queste regioni, tranne il Khilian erano abitate dai Clan Elfici della stirpe Alquä. Nel Khilian, la parte più arida, invece era stato confinato il Clan dei Castlhor, che si narra, fosse stato cacciato dal Re Vëon e ripudiato dalla razza elfica poiché tutti i suoi membri, compreso il  Capo Clan, Licadron,  avevano più volte trasgredito alle norme della Costituzione Alquä e avevano inclinazioni molto diverse dalla razza pura degli Alquä. Si narra che questo Clan avesse avuto contatti con le razze ostili , che risiedevano nei Mondi Ignoti, al di là dei Tre Mari d’Argento, trafficando risorse preziose,  utilizzando di nascosto alcune navi della Flotta Alquä. Inoltre si narra che i membri del Clan fossero segretamente adoranti delle divinità oscure dei Vlosserim, Irius e Qirva e che tentassero sovente di fare proseliti per vendicarsi della famiglia Reale.

“Cosa vi preoccupa, oltre alle cattive notizie dal fronte, mio signore?” chiese l’anziano alchimista notando che lo sguardo del Re s’era fatto ancora più cupo. La Gemma ora brillava molto meno, come se risentisse dell’umore del suo possessore.

“La diversità dei miei gemelli… s’è fatta ancor più marcata… o meglio Ioldaer continua la sua involuzione. Pensavo che il tempo attenuasse i disgraziati contorni di questo suo carattere fin troppo deciso e ostile. Non riesco più a sentire il suo cuore e a leggere la sua anima, si allontana sempre più da me e da Menelyë e da ciò che invece risplende come la mia Gemma di Mïw…. come Calardan. I suoi occhi mi restituiscono un figlio che non riconosco… c’è dell’altro oltre alla naturale e semplice gelosia tra fratelli” rispose l’anziano elfo voltandosi nuovamente verso Leossarth.

“Muindor Leossarth” proseguì il Re “…fate già molto per noi… ma io e la Regina abbiamo bisogno che voi vegliate su mio figlio Ioldaer… vorrei sapere cosa turba le sue notti inquiete… riesco a vedere a malapena le sue cavalcate all’impazzata nelle foreste attorno al villaggio, ma poi sparisce come neve al sole e di lui non so più nulla. Temo che l’Oscurità dei Vlosserim…” tacque. Leossarth restò confuso. Anche il Sovrano aveva percepito un malessere, come egli lo aveva già percepito in passato. Ancor prima che il sovrano gli chiedesse ciò, egli aveva già posato da tempo la sua attenzione sul figlio del Re e aveva percepito un’anima che non sembrava essere più sottile e pura.  Era impossibile seguirla e vederla. Era come se Ioldaer avesse attorno a se un coltre di nebbia e non fosse più legato alla catena di energia eterea e positiva di cui ogni Alquä ne era un anello importante. Leossarth immaginava in cuor suo che tutto ciò non derivava soltanto da un astio secolare dovuto all’eredità della Gemma. C’era qualcosa di più, qualcosa che andava ogni sua conoscenza magica ed era davvero impossibile scoprirne la natura se non avvicinandosi con la mente agli eventi dell’Oscurità primordiale di Ardamithrisil. Nemmeno usando la magia o il dono della Percezione che Re Vëon aveva tramandato all’altro figlio Calardan. Non aveva mai rivelato i suoi timori ma ora sembrava che  fosse giunto il momento di cercarne l’origine anche in ciò che si credeva impossibile e sepolto da tempo.

“Farò quello che posso mio signore…” annuì Leossarth, rassicurando il Re.

“Quanto alla Cerimonia dell’Irith di Mïw, stanotte partiremo verso Nenuil attendendo che la volontà dei Caliel si compia” concluse il Re congedandosi dal suo fidato consigliere che annuì. Leossarth tornò nelle Sale dell’Alto consiglio e mentre preparava la scarsella per la missione notturna ebbe modo di riflettere sulle parole del Re riguardo suo figlio Ioldaer. Si ripromise di scoprire qualcosa di più non appena il rito si fosse concluso. L’anziano consigliere, quando giunse la sera, si recò nelle stalle e si assicurò che i cavalli fossero ben sellati e ferrati per affrontare il viaggio verso il lago Nenuil. Il percorso che dovevano intraprendere era molto ostico, infatti, poiché il rito richiedeva la presenza dei soli Sovrani e colui che aveva creato l’Irith di Mïw, per giungere al lago avrebbero seguito una strada alternativa e poco battuta.  La segretezza che richiedeva la missione era giustificata, poiché la Gemma di Mïw custodiva in se, un potere immenso e tutta la vera storia della nascita di Ardamithrisil. Una storia magica e affascinante che molto spesso veniva narrata ai piccoli Alquä per instillare fin da subito nelle loro giovani menti e nei loro cuori puri l’amore per la Terra che li cresceva. La storia di Ardamithrisil o Terra della Luna d’Argento cominciò con la sua creazione ad opera della Madre Divina Idrial, la Sovrana dei Caliel, le Entità Divine Elfiche viventi nella 1° Dimensione dei Tempi. La Madre Divina Idrial, Regina delle divinità elfiche chiamate Caliel plasmò un territorio ricchissimo di risorse naturali, circondato per larga parte dai tre grandi Mari d’Argento (Le Acque di Shalaliel, Le Acque di Resiel, Le Acque di Alrariel) al di la dei quali c’erano i Mondi Ignoti. Ella donò la vita ad ogni essere vivente di Ardamithrisil, popolandola con tante specie vegetali e animali e creando successivamente gli Elfi Alquä o Elfi del Cigno. Per creare gli Alquä e popolare Ardamithrisil, Idrial decise assieme ai Caliel di dare carne e linfa a dodici di loro chiamandoli Elfi Irith e dandogli  il compito di riprodursi attraverso la fecondazione naturale. Soltanto a due di loro però, la Divina Idrial affidò il governo di tutta la Stirpe Elfica, nel rispetto e nell’adorazione della madre terra per il mantenimento della pace, delle risorse e dei valori d’onore: Vëon e Menelyë. Gli Elfi Irith cominciarono la vita sulla nuova terra costruendo le loro fortezze e definendo i territori. La Stirpe poi, proliferò in poco tempo e quando ci fu un numero sufficiente di Alquä, i due sovrani di Luvat’hil sancirono la Costituzione Alquä e crearono sei Clan per poter dare un ordine a tutto il popolo elfico: Luvat’hil, Joran, Ryroras, Aethë, Nehthë, Castlhor. A capo di ogni Clan vi era dunque una coppia di Elfi Irith che aveva contribuito al popolamento. Tutti i Clan erano regolati dalle norme della Costituzione Alquä. La Divina Idrial e i Caliel non interferivano con la vita dei loro figli sulla terra e si limitavano ad intervenire solo quando era davvero necessario, riponendo piena fiducia negli Alquä e lasciando loro il libero arbitrio. Gli Alquä avevano il compito di proteggere Ardamithrisil e di  mantenere intatte la pace, le ricchezze naturali, la flora e la fauna in essa contenute. Molti elfi per cause naturali e di stili di vita diversi, ma anche in base ai loro comportamenti e ai loro modi di vivere, cominciarono a perdere le caratteristiche elfiche. Proprio per questo i Caliel decisero di intervenire e tolsero loro l’immortalità trasformandolo in esseri mortali. Questi diedero vita quindi alla razza mortale che popolò altri territori di Ardamithrisil, altri invece si spinsero fino ai Mondi Ignoti. Proprio nei Mondi Ignoti si narra che siano iniziate le contaminazioni e la proliferazione di altre specie sconosciute agli Elfi Alquä e agli stessi mortali, a seguito anche di esperimenti e riti magici oscuri eseguiti da negromanti e sette magiche, come ad esempio i nani, gli shiners (esseri di forma umana mischiata a caratteristiche feline ed elfiche, baffi, denti affilati, zigomi sporgenti, orecchie a punta, occhi dal taglio molto allungato) fate, ninfe, vampiri, umanoidi, orchi, folletti. Gli Alquä viaggiavano spesso alla ricerca di queste nuove specie per catalogarle e conoscerne tutte le caratteristiche, racchiudendole poi in un compendio la cui copia preziosa era tenuta nella Biblioteca della Fortezza Reale. Queste migrazioni fecero si che su tutta Ardamithrisil convivessero comunque assieme e in armonia, tutte le razze e che ne venissero poi generate altre da incroci (mannari, mezzelfi, mutaforma etc.) cosi come nuove specie animali, vegetali, piante etc. I Divini Caliel affidarono agli Elfi Alquä, il compito di gestire anche queste molteplici nuove forme di vita e ad insegnare loro il rispetto della vita e di tutte le risorse su Ardamithrisil. Dopo anni di pace e prosperità, vennero anni in cui il seme della discordia gettato da Irius e Qirva, germogliò in sentimenti oscuri. La convivenza tra le razze si fece più ostica soprattutto con i mortali, che iniziavano a sentirsi superiori agli Elfi e capaci di vivere anche senza la loro guida. Questa promiscuità molto spesso generava sintomi di conquista del potere e di indipendenza pertanto le parti più rigogliose di Ardamithrisil venivano spesso attaccate anche per via delle sue ricchezze e per la sua posizione strategica sui tre mari d’argento che  conducevano al vicino arcipelago Even e agli altri mondi sconosciuti. Fu così che iniziò la Prima Grande Guerra con i Mortali di Ildisia. La pace, così faticosamente conquistata in quel recente passato, ora stava nuovamente lasciando spazio ad una nuova e spinosa situazione con  gli Yàarcalen, ultime creature di cui gli Alquä erano giunti a conoscenza e che stavano cercando di studiare. Erano strani esseri di forma umanoide, magri ed emaciati, dall’incarnato verdognolo, alcuni di loro erano calvi, altri con lunghi capelli candidi e si nutrivano principalmente di clorofilla e fibre vegetali. Proprio per questo avevano dei denti molto affilati e forti per succhiare il nutrimento vegetale anche nelle dure cortecce degli alberi e nelle piante dal fusto più resistente.

La Divina Idrial allora, dopo la Prima Grande Guerra, per stringere ancora di più il patto di sangue con i suoi figli e ingabbiare le energie dense di Irius e Qirva, creò una Gemma in cui vi era incastonata la Prima Goccia del prezioso Irith, la linfa divina e vitale con cui i Caliel avevano creato Ardamithrisil. I Caliel avevano affidato la preziosa Gemma di Mïw a Re Vëon. Il monile possedeva in se tutti i doni magici più potenti dei Caliel tra cui il Mimetismo, la Percezione, il Controllo degli Elementi della Natura, l’Illusione, La Cura di Talea, il Portale Admir e la Bianca Origine. Questo ultimo dono aveva la capacità di riportare all’origine della sua specie dominante, ogni essere vivente o vegetale che si trovasse in punto di morte o vittima di un incantesimo, ma che avesse col possessore, una sottile e pura connessione energetica.  Il possessore della Gemma quindi aveva il completo controllo oltre che del Regno, anche della Gemma con i suoi poteri annessi. La Gemma rispondeva solo ed esclusivamente a lui, era come se fosse fusa col suo possessore a tal punto che la sua colorazione era in grado di rivelare gli stati d’animo e le emozioni di quest’ultimo. Inoltre la Gemma, tramite il Controllo del Portale Magico di Admir era in grado di mantenere al sicuro Ardamithrisil dal Regno Oscuro dei Vlosserim, tenendo prigionieri Irius e Qirva. Questi poteri però, dovevano essere usati con parsimonia e solo in caso di vera necessità. La Gemma dunque controllava le potenze e il caos e doveva essere gestita in maniera corretta. Re Vëon quindi giurò di proteggere questo segreto perché se fosse finito alle orecchie sbagliate la pace di Ardamithrisil sarebbe terminata per sempre. Poiché però era necessario che la memoria potesse essere in qualche modo mantenuta, Re Vëon avrebbe rivelato al suo successore il segreto della Gemma, soltanto se la morte lo avesse colto.

La notte che si stava quindi avvicinando era dunque molto importante per Ardamithrisil. Per contrastare la deforestazione di Ardamithrisil che era divenuta veloce ed insostenibile, il Re cercava una soluzione che potesse supportare la Natura nel suo compito di rinvigorire più velocemente possibile, tutte le radici e le talee delle specie vegetali. Incaricò quindi  l’alchimista, affinchè creasse una pozione o un medicamento adatto a quella necessità. Leossarth, dopo giorni e giorni di ricerche e tentativi, capì che la chiave di tutto poteva nascondersi nei Sacri Fiori di Mïw che i Caliel avevano donato agli elfi. Questi fiori possedevano  molte proprietà benefiche adatte ai vari scopi e Leossarth molte volte se ne era servito per fare degli esperimenti con ogni parte del fiore, dalle foglie ai petali. Soltanto quando passò a fare esperimenti col bulbo vitale del fiore, comprese che il principio attivo più potente risiedeva proprio lì. Durante uno di questi esperimenti ci fu un’esplosione che colse in pieno molte delle piante officinali appassite che aveva nella stanza. Miracolosamente le piante malate, cominciarono a rimarginarsi venendo a contatto con quello strano liquido. Felice di aver trovato una possibile soluzione si recò assieme ai Sovrani, al Tempio dei Caliel all’interno della Fortezza Luvamil, dove vi era una statua della Regina Divina Idrial. I sovrani ringraziarono i Caliel per avergli donato i Mïw. La Divina Idrial apparve come una luce eterea all’interno della Statua che la raffigurava, per ringraziare a sua volta i suoi figli che si stavano prodigando come sempre per salvaguardare Ardamithrisil e adempiere al loro compito.

“Cercate l’iscrizione magica sulla Pietra del Tempo, che dimora sotto la cascata Nenuil, solo allora Matgar vi guiderà alla rinascita….” indicò la voce carezzevole che proseguì “la nostra Benedizione è nella Gemma. Lasciate che la Gemma compia il miracolo dell’Irith di Mïw…” concluse poi, lasciando i loro cuori colmi di gioia.

Leossarth dunque era riuscito a ricreare un surrogato dell’ Irith  e lo chiamò l’Irith di Mïw come la Divina Idrial aveva comandato. Il surrogato era composto principalmente dal succo dei bulbi di Mïw mescolato all’acqua del magico Lago Nenuil e ad alcune gocce della linfa divina del Re. La mistura si completava poi con le essenze e le proprietà benefiche delle piante officinali. Quella notte quindi, i Reali scortati da Leossarth, si recarono verso il Lago Nenuil. L’aria era fredda e pura, e la tranquillità delle Foreste di Luvamil faceva da contorno a quella situazione così importante per gli Elfi Alquä. La Regina Menelyë, abbigliata con una giubba bianca dalle ampie maniche ma molto stretta sul corpo così come i pantaloni e stivali di cuoio scuri che ne abbellivano la figura esile ed asciutta, accompagnava il suo sovrano, seguendolo in sella ad un candido equino che seguiva docile i comandi dell’elfa.

“Chiedere l’intercessione dei Caliel può significare una dolorosa sconfitta per la nostra gente… dovremmo forse mostrare la nostra resa?” chiese con tono grave la Regina. La sua espressione lasciava trasparire il dispiacere che ella provava  nel vedere come, nonostante gli sforzi  non si riuscisse a riportare la pace su Ardamithrisil. Le sembrava una sconfitta e un’onta troppo grande da sopportare.

Hiril arwenamin[5]… non permettete ai sensi di colpa di offuscare la vostra mente con pensieri ed energie negative. Stiamo facendo il possibile per la nostra terra, non abbiamo colpe se non quella di aver sottovalutato le ragioni di sopravvivenza che inducono queste creature a distruggere la vegetazione di Ardamithrisil. I Divini Caliel sanno del nostro impegno e della nostra devozione completa, per questo ci fanno dono ogni volta dell’energia della Gemma…” concluse il sovrano tentando di rassicurare la sua sposa. Ella tacque e la sua espressione divenne ancora più accigliata.

“La guerra dovrebbe essere una remota possibilità… perché spargere altro seme di odio dopo la Prima Grande Guerra contro i mortali?” chiese accostandosi ancora di più al marito, spronando l’equino ad un leggero trotto.

“Abbiamo mantenuto fede all’uso della forza come ultima risoluzione ogni qualvolta vi sono stati sintomi di odio o di prevaricazione… molti tra i mortali non hanno compreso le nostre rosee intenzioni ed hanno preferito barattare il loro sangue per l’avidità del potere. Contro gli Yàarcalen, semmai ci sarà, la guerra assumerà risvolti diversi… questi esseri non hanno coscienza, reagiscono agli stimoli e all’istinto della sopravvivenza… assecondano semplicemente la loro natura, non vi è altro… ed è per questo che potremmo non avere scelta qual ora fallissero sia il dialogo che la diplomazia… nel frattempo ci serviremo dell’Irith di Mïw per ripopolare boschi e foreste distrutte” spiegò il sovrano.

“Non potremmo semplicemente insegnare loro a come procurarsi la sopravvivenza senza uccidere? La terra se mantenuta con amore e sapienza restituisce tutto ciò che ci serve?” rispose  la Regina cercando quante più soluzioni possibili per evitare una nuova era di sangue e odio.

“Anche questa è una possibilità che non escluderemo… ma prima dobbiamo capire la loro vera natura e cosa ancor più importante dobbiamo capire come spargere in tutta la terra questo miracoloso composto… speriamo che da questa missione possiamo ricevere la soluzione” concluse il sovrano donando un bianco sorriso alla moglie. Il piccolo corteo dopo circa un’ora di cammino, giunse innanzi alla Cascata Nenuil che rovesciava la sua acqua nell’immenso e omonimo lago. I sovrani e Leossarth lasciarono i loro cavalli in prossimità della sponda destra del lago. L’alchimista fece strada,  immergendosi nell’acqua fredda e cosi fece anche il re, tenendo ben salda la mano della sposa. Dopo qualche metro, in prossimità della cascata il livello dell’acqua era salito leggermente. I tre compagni proseguirono il cammino, bagnati dalle fredde acque Nenuil, passando poi sotto il getto pesante della cascata. Una volta al di sotto della cascata la compagnia si ritrovò dentro una caverna enorme sotto la catena montuosa di Endolia che era ben nascosta dal muro d’acqua scrosciante. Era impossibile vederla dall’esterno. Le rocce formavano una piccola scala naturale che permise alla compagnia di raggiungere le pareti rialzate della caverna. All’interno la pietra era molto chiara e a seconda della luce della luna che filtrava dal muro d’acqua, assumeva tonalità argentee. Enormi stalattiti discendevano dall’alto e ogni rumore, in quell’antro di cristallo era soffuso, tanto da permettere di udire le piccole gocce d’acqua che si lasciavano cadere lungo le pareti. Il Re si fermò innanzi alla parete più bianca e liscia e l’accarezzò con devozione.

Alat amil Idrial…”[6] sussurrò tra se e se una preghiera e invocando la Divina Idrial.

Col passare dei minuti la luce della luna piena raggiungense il punto più alto in cielo e penetrò sempre più oltre il muro d’acqua, e dopo qualche istante, nel punto in cui il Re aveva poggiato la mano, un bagliore forte e compatto la illuminò assieme alla parete chiara, rivelando alcuni intarsi nel muro che si colorarono d’argento splendente. L’incisione sulla pietra brillava ora innanzi alla compagnia. Ognuno di loro era rimasto a bocca aperta innanzi a ciò che stava succedendo. Re Vëon umettò le labbra dopo aver lanciato uno sguardo a sua moglie e uno a Leossarth. L’anziano alchimista annuì e Re Vëon dopo qualche istante di esitazione lesse ad alta voce l’iscrizione comparsa sulla pietra.

“Tula lookë Matgar beleger, nan o fli Caliel. I onna an edraith ammen”[7]. Dopo aver terminato l’ultima parola si udì un rumore sordo e potente e la terra tremò, poi tutto cadde un breve silenzio. La compagnia si guardò attorno spaventata.

“Cos’è stato?” chiese il Re sguainando la sua daga elfica e guardandosi attorno e proprio in quell’istante l’acqua del lago cominciò a ribollire e alcune onde circolari che si estendevano sempre di più, rivelarono la presenza di qualcosa di molto grande che stava risalendo in superficie. La compagnia attraversò di nuovo il muro d’acqua, discendendo la scalinata naturale fino a ritrovarsi nuovamente con l’acqua alla cintola. Il rumore fragoroso della spuma accompagnò un grido dapprima stridulo, poi cavernoso e potente che riecheggiò per tutta la Regione Luvamil ed in quell’istante la testa di un enorme drago bianco fuoriuscì dall’acqua. La creature si muoveva come fosse un neonato e sembrava quasi che il lago lo stesse partorendo, mentre fuoriuscivano dall’acqua le grandi ali e le zampe anteriori. Il drago era ormai quasi completamente fuori dal lago. Egli scuoteva il lungo collo quasi a volersi sgranchire come se fosse stato imprigionato sul fondo del lago da tanto tempo. Stette poi per qualche secondo in piedi sulle zampe posteriori. Quindi voltandosi poi verso la compagnia aprì i grandi occhi dalla pupilla stretta e verticale. L’esterno dell’occhio era completamente viola chiaro e man mano che arrivava alla pupilla diveniva blu striato di viola. Fissò per un attimo la compagnia poi gonfiò il petto duro e pieno di scaglie bianche che brillarono alla luce della luna, lanciando poi un potentissimo urlo verso di loro che socchiusero gli occhi e misero le mani alle orecchie in quanto il rumore era insopportabile, specialmente per i due Alquä, perché l’udito degli elfi era molto più sviluppato di quello delle altre specie. Dopo quel grido il drago tacque fissando la compagnia e chinando l’enorme testa si avvicinò al re con fare docile e mansueto. Il re esitò un attimo, scambiando sguardi interrogativi con la regina e Leossarth poi si fece coraggio e posò una mano sul muso del drago vicino alle narici che soffiavano aria e acqua. Il drago si mosse appena e accoglieva le docili carezze di Vëon che prese sicurezza.

“Matgar…. è questo il tuo nome?” chiese il sovrano. Il drago mosse il capo sbuffando come a voler annuire. Vapore caldo fuoriuscì dalle sue grandi narici, scompigliando i capelli del sovrano. I Caliel avevano dunque inviato nuovamente un segnale ai loro figli. Dopo qualche istante il drago si alzò sulle zampe posteriori e mostrò il petto agli astanti che riuscirono ad osservare il suo cuore pulsare sotto la dure scaglie bianche. In quel momento una voce scosse nuovamente il silenzio della notte di Ardamithrisil.

“Lasciate che la Gemma prenda vita nell’Irith di Mïw e che Matgar ne assorba l’essenza… ”.

Essi ascoltarono e rimasero affascinati dalla potenza divina.

“Mio re lasciate cadere la Gemma qui, nell’ampolla!” esclamò Leossarth cogliendo subito il significato di quelle parole. Il re sfilò il diadema dalla sua testa e tolse la Gemma dalla sua sede, indi la fece cadere nell’ampolla. In quell’istante una luce abbagliante fuoriuscì dall’ampolla e il drago allungò il suo potente muso vicino alla flusso di luce che cominciò ad entrare nelle sue fauci. Il flusso attraversò la sua gola e da fuori si poteva distintamente il percorso che faceva all’interno degli organi. Il flusso poi sparì e nell’ampolla era rimasta solo la Gemma che aveva attivato l’alchimia di Sir Leossarth e aveva donato il suo potere rigenerativo al composto. Il miracolo era dunque compiuto. Matgar spiccò il volo e volteggiò sopra alla compagnia prima di muoversi verso le Terre di Endolia. Il suo temibile grido si levò ancora nel silenzio della notte e dalle sue fauci uscirono lingue di vapore e cristalli di ghiaccio che caddero sulla vegetazione sottostante. Dove vi era terra arida e piante morte, il vapore si posava e immediatamente rigenerava la vita. I Sovrani e Leossarth assistevano increduli a quel potente medicamento che stava curando sotto i loro occhi qualsiasi vegetale distrutto. Matgar proseguì il suo volo fino a scomparire dietro la catena montuosa di Endolia. Cadde di nuovo il silenzio vicino alla cascata, solo in lontananza essi poterono ascoltare il grido della creatura offuscato.

“I Caliel hanno ascoltato le nostre suppliche…” sussurrò re Vëon osservando all’orizzonte la scia che il drago aveva lasciato e in quell’istante incastonò di nuovo la Gemma nel diadema e lo indossò.

“Quella meravigliosa creatura sta spargendo l’Irith di Mïw lungo tutti i territori distrutti…” gli fece eco la regina.

“Riesco a percepire le sue intenzioni e i suoi pensieri, sarà al nostro fianco” esclamò il Re dopo aver indossato il diadema fissando il cielo terso.

“Quindi il drago è legato alla Gemma e al suo possessore, avete il pieno controllo della creatura, mio signore” spiegò Leossarth. Il Sovrano strinse la mano della regina.

“Questo è un grande potere” proseguì Leossarth “l’ennesimo legato alla Gemma… non dovrà cadere mai in mani sbagliate o sarà la fine di Ardamithrisil, dobbiamo proteggerlo!” re Vëon annuì alle parole del suo consigliere.

“Come la Gemma sarà tramandata all’erede prescelto, così lo sarà Matgar e l’Irith di Mïw…. nessun’altro all’infuori di noi e del mio erede saprà mai tutto questo… sarà bene fare ritorno alla fortezza” concluse il re. La compagnia si avviò verso casa. Cavalcavano veloci con le menti e i cuori ancora sconvolti dal potente spettacolo che l’amore dei Caliel donava ogni qualvolta si manifestava ai loro figli. Il destino di Ardamithrisil stava per cambiare così come quello di tutti i suoi abitanti.

 

[1] Lett. “Sangue Reale “Linfa del Re”  trad.elfico GDR

[2] Altura sulla quale veniva edificato il castello.  Se il territorio era pianeggiante veniva costruita artificialmente.

[3] “Signore, Re  Vëon  vi attende”  trad.  elfico GDR

[4] “Amico” traduzione dall’Elfico dei GDR

[5] “Mia Signora” trad. elfico GDR

[6] “Madre Divina Idrial” trad. elfico GDR

[7] “Vieni Drago Matgar, grande combattente e benedizione dei Caliel. La tua nascita è la nostra salvezza” trad. elfico GDR.

 

 

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“La Gemma di Miw” stasera presso “6inFesta”

Un altro piccolo passo verso la realizzazione del mio sogno. Stasera presenterò nuovamente il libro LA GEMMA DI MIW” nella cornice della splendida manifestazione “6inFesta” a Lunghezza (Roma,Italy) alle ore 20.00 presso il parco di via medali “Parco della Sanitaria”

E’ stato un vero piacere veder citato il mio libro sull’edizione odierna del Corriere della Sera alla sezione Spettacoli e Cultura. Stringo i denti e vado avanti per la mia strada, anche se è ancora lunga… ma ce la farò.

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Qui il programma completo della manifestazione:

https://6inestate.com/sabato-27-agosto-2016/

A presto

Scripty79

 

 

 

 

Cosa vedo fuori dalla finestra – What I see out the window in April

Un cosa che scrissi qualche tempo fa…..di Aprile. Eppure ancora attuale.

“Il lento procedere del pomeriggio, sorseggiando acqua e amari sorrisi distesi. Fuori della mia finestra vedo due alberi enormi, che si affacciano su una stradina costeggiata d’oleandri. Quando ero più piccola notavo l’alternarsi delle stagioni, osservando questi i due alberi che modificavano le loro fronde, colorandosi di giallo, per poi spogliarsi in inverno, ed imperlare i rami con gocce di pioggia silenziose. Nel caldo sole di Marzo tornavano le gemme
e il fiorire lento annunciava il risveglio…
E capivo che la scuola stava per finire e che la maestra ci avrebbe portato in giardino a giocare.Alberi che vegliano ogni pomeriggio sulle grida dialettali nel cortile, di bimbi e mamme romane…
E se chiudo gli occhi sembra ancora di sentire la mia voce dire “mò torno!” quando mia madre mi chiamava per la cena.Ora che sono grande e che non porto più la cartella rossa sulle spalle, ma il fardello della vita, osservo lo stesso i due alberi, che sono sempre lì…
Ci sono altri bambini, altre mamme, altri pomeriggi, altri gatti silenziosi…ma i due alberi sono sempre lì, con le stesse bandiere ai balconi, gli stessi panni stesi al sole della mia città!”

ENGLISH VERSION

One thing that I wrote some time ago ….. in April. Yet still current.

“The slow peace of the afternoon, sipping water and bitter smiles stretched. Outside my window I see two huge trees, overlooking a narrow street lined with oleander. When I was younger I noticed the changing of the seasons, watching these two trees that modified their leaves, yellow coloring itself, then undress in the winter, and Pearl branches with silent raindrops. in the hot sun in March returned gems and the flourishing slow announcing the awakening …
And I realized that the school was about to end and that the teacher would take us to the garden to play. Trees that watch every afternoon on the dialect shouts in the courtyard of babies and mothers Roman …
And if I close my eyes still hear my voice say “still for a moment and then came!” When my mother called me to dinner. Now that are great and that I do not wear more red folder on the shoulders, but the burden of life, observe the the same two trees, who are always there …
There are other children, other mothers, other afternoons, other cats silent … but the two trees are still there, with the same flags on the balconies, the same clothes hanging in the sun in my town! “

La rinascita della Luna: Cap 1 di Tutto l’amore della Luna – The rebirth of the Moon: Chapter 1: All the love of the Moon

“E’ finita!” urlò la ragazza prendendo il suo casco dal sedile posteriore. Stefano gli urlava in faccia tutto il suo odio. Uscire dall’auto e sbattere lo sportello fu un tutt’uno. Elisa corse via mentre lui , sgommando, partiva verso altri lidi lasciando che la “fallita” come l’aveva appellata più volte durante quella rovente discussione, seguisse i suoi stupidi sogni di gloria.Lei invece raggiunse il Colosseo arrossato dal tramonto e si sedette su un muricciolo mischiandosi tra la folla e i flash dei turisti.

“Ah bella te voi fa ‘na foto cor Centuria ? Spic inglisc?? Spanisccc?” esclamava il tizio corpulento, mascherato da antico centurione Romano alzando il pugno armato di gladio e cercando di guadagnare le ultime dieci euro della giornata nonché le simpatie della ragazza.

“No grazie!” rispose la giovane con un sorriso, cercando di mascherare le lacrime e la tristezza e rimarcando un poco l’inflessione dialettale di Roma. Il centurione con le meches capì quindi che la ragazza era del posto.

“Ah bella nun ce pensà, mo viè la luna nova e vedrai che tutto te cambia e diventa mejo! Ave ciumachella[1] er Centuria te salutat” disse il tizio rincuorando la giovane che non potè fare a meno di sorridere tra le lacrime al saluto imperiale che l’uomo le aveva appena restituito. Trasse dalla sua borsa un quadernone pieno di appunti e post-it messi alla rinfusa e guardandosi intorno,  iniziò a scrivere.

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Roma si stiracchiava al sole leggero di un giovedì di inizio novembre. Fuori al DAMS c’era un viavai incredibile. Studenti vecchi e nuovi, fuori corso e matricole.  Nonostante le lezioni sarebbero iniziate il lunedì successivo, c’era chi si scriveva gli orari, chi cercava i libri di testo, chi cercava le aule per i test di ammissione e chi semplicemente non vedeva l’ora di rivedere i vecchi amici per iniziare un nuovo anno pieno di sogni, pagine da studiare e vecchi amori . Fumo di sigarette e striscioni di protesta intorno a quel porticato vecchio di anni dove camminava Elisa, alzando gli occhi sulle bacheche. Occhi assai gonfi per la notte insonne che non le impedivano comunque di guardarsi attorno per cercare facce amiche e studiare poi altri occhi, quelli delle matricole, per vedere chi di loro potesse avere quella luce, la stessa luce che lei vedeva nei suoi. Quello scintillio che mostrava al mondo la volontà e la passione di voler studiare e nel voler lasciare il proprio nome, riecheggiare nell’eternità , come recitava quel vecchio film ,uno dei tanti che lei adorava. La volontà di voler diventare qualcuno e di rendere la propria vita straordinaria. Ripensando all’ennesima e finalmente ultima lite con Stefano, quest’ultima non le sembrava affatto straordinaria. Ma forse aver chiuso quella storia simboleggiava davvero la fine di un tunnel e dava respiro alle sue speranze.  La ragazza si avvicinò ad una delle bacheche dove si affiggevano gli annunci per la vendita dei libri usati. Un buon modo di risparmiare per molti studenti, visto che la maggior parte dei libri avevano costi esorbitanti. Cercò uno spazio libero tra le decine di fogli già appesi e una volta trovato, affisse il suo annuncio.  Stava vendendo i libri del suo  penultimo esame. Per attirare l’attenzione aveva  disegnato un sole e una luna stretti l’uno all’altra, un’ immagine che tanto amava, soprattutto la seconda. Alla fine del foglio aveva intagliato tante striscioline dove aveva scritto ripetutamente il suo numero di cellulare e il suo nome. Dopo aver inserito l’ultima puntina riguardò ancora il suo annuncio sorridendo. Lo stese per bene affinché potesse essere visto con facilità, poi si allontanò verso il portone. Giorgia e Floriana le si pararono davanti con le loro voci squillanti dalla marcata cadenza trasteverina.

“Nun poi capì!” esordì Giorgia, la più formosa e carina delle due amiche.

 “Che succede, le vacanze estive sono state più esaltanti del previsto? Oppure hai finalmente vinto il torneo di freccette al Long Hall Pub?” chiese Elisa scuotendo la testa e ridendo assieme a Floriana.

“Ma no, volevamo solo darti lo scoop del secolo” aggiunse proprio quest’ultima.

“Ricordi l’assistente Giacobini?” disse Giorgia la bionda riccioluta.

“Il belloccio? Certo che me lo ricordo! Ne parlate continuamente e non certo per le sue doti professionali, poveraccio. Un vita di studio e cultura messa in secondo piano!” rispose Elisa annuendo e sorridendo.

“E’ diventato titolare della cattedra di Istituzioni di Regia e film!” disse rossa in volto. Elisa sorride compiaciuta. Era l’esame che le mancava prima della laurea e l’idea di seguirlo assieme al famigerato assistente e ora neo-professore l’affascinava. Elisa conosceva Giacobini per le sue doti di docente e regista, ne aveva seguito a fondo la carriera a teatro ed era senza dubbio più stimolante il suo modo di insegnare, senza nulla togliere al vecchio professore uscente. Le ragazze commentarono tra loro questo gossip che già trapelava vorticoso tra le mura della facoltà, e proprio in quel mentre giungeva il bel professore in giacca e camicia, con un bel paio di jeans aderenti alle gambe dritte e snelle. Il bel ciuffo di capelli castani ondeggiava ad ogni passo ed egli, conscio degli sguardi compiaciuti delle studentesse sembrava comunque esserne imbarazzato e abbassava lo sguardo, senza lesinare però sorrisi. Il professore avanzava verso le due ragazze che avevano seguito già in passato alcune sue lezioni, quando sostituiva il vecchio professor Molinari, e le riconobbe.  Giunto innanzi a loro si fermò passandosi la mano tra i capelli.

“Buongiorno ragazze, pronte per un nuovo anno?”disse l’uomo dalle pupille blu notte.Giorgia e Floriana annuirono scambiandosi sguardi ironici e rispondendo in confidenza visto che egli era comunque sempre amichevole con i suoi studenti. Il giovane professore s’accorse di Elisa che lo guardava serenamente con un sorriso leggero.

“Tu sei nuova? Non ti ho mai visto alle lezioni del prof. Molinari” chiese garbato.

“Lei è una secchiona…. non ha ripetuto un esame, è per questo che non la conosci” s’affrettò a rispondere Giorgia, suscitando l’ilarità della compagnia.

“Non dia retta alla mia amica!  Seguirò il suo corso per la prima volta, poiché è l’ultimo esame prima della laurea” disse la ragazza.

“Mi dai del lei?”rise di gusto il professore e aggiunse“dai così mi fai sentire vecchio, ho appena 40 anni! Comunque piacere, Roberto…complimenti per la laurea prossima dunque” tendendo la mano di lei.

Elisa rimase per un attimo interdetta ma poi si riprese assecondando quindi il gesto del professore e presentandosi.

“Mi chiamo Elisa Teillard”

“Oh ….cognome straniero?” chiese il professore incuriosito.

“Di origine còrsa[2]….così mi hanno sempre detto i miei nonni paterni ma io sono italiana e romana in tutto e per tutto” rispose divertita la ragazza.

“Oh la Corsica…interessante…complimenti! Ci vediamo lunedì a lezione allora, mademoiselle Elisa” concluse l’uomo salutando poi anche le altre due ragazze, che tra di loro sorrisero furbette. Elisa guardò l’orologio e s’accorse di essere in ritardo, pertanto salutò con enfasi le due amiche e si mise a correre lungo il corridoio per raggiungere il porticato. Mentre correva cercando di evitare ostacoli umani, un uomo molto alto, rovinò proprio addosso a lei. La ragazza si fermò voltandosi indispettita. L’uomo la guardò appena , poi proseguì dritto per la sua strada, bofonchiando qualcosa.

“Deficiente!” gli urlò dietro lei e riprese a camminare verso il porticato. Si rattristò un poco perché quando accadevano queste cose assolutamente fortuite, lei la prendeva come una cosa personale. “Ho la sindrome di Casper!” soleva dire spesso alle sue amiche, poiché come il fantasmino creato nei primi anni quaranta da Seymour Reit e Joe Oriolo, voleva mostrarsi agli altri in tutta la sua essenza, dolcezza  e intelligenza ma a quanto pare ne rimanevano spaventati oppure non la vedevano proprio, e lei capiva di essere diversa. Questa cosa a volte la rattristava, a volte invece le infondeva coraggio e orgoglio.Ora dunque iniziava il suo ultimo anno di università, la resa dei conti. Questo pensò dentro di se mentre proseguiva verso l’uscita della facoltà. Doveva affrettarsi poiché il lavoro al bar l’attendeva e stava facendo tardi. L’uomo scorbutico si voltò ancora verso la ragazza, che ora usciva dal portone. Poi tornò a guardare le bacheche rallentando il passo. Si soffermò sull’immagine della luna impressa sull’annuncio e sistemandosi gli occhialini dalla montatura alla moda lesse con attenzione. Erano proprio alcuni dei libri che stava cercando. Staccò dunque una strisciolina dall’annuncio, lesse il numero e il nome,  Elisa ,  e se lo mise in tasca per poi ritornare frettoloso verso il portone della facoltà.  Scese le scale di corsa. Marco era lì che fumava la sua sigaretta appoggiato alla sua auto e guardandosi intorno compiaciuto.

“Hai visto che roba?” esclamò ironico indicando con un cenno della testa il viavai vorticoso di studentesse carine che entravano e uscivano dalla facoltà.

“Eh già…questo è uno dei motivi per cui mi sono iscritto qui anni fa” rispose ridendo di gusto Marzio all’amico “dai ora andiamo altrimenti faccio tardi al provino” proseguì il ragazzo.

 “Oh ti ricordi la promessa che mi hai fatto?” chiese il giovane salendo nella sua vecchia Clio grigia.

“Certo che mi ricordo… se sbaglio anche questo provino ricomincio a studiare…guarda ho preso anche i numeri per comprare i libri e  mi sono appuntato gli orari dei corsi, sono o non sono uno studente modello?” rispose cantilenando Marzio agitando davanti al viso dell’amico la strisciolina. L’auto partì attraversando le trafficate strade della città.

“Marzio dai non fare l’ironico, lo sai perché ti dico questo, non voglio fare i soliti pistolotti che ti fanno i tuoi, però questo pezzo di carta a qualcosa ti servirà. Fa sempre curriculum anche per un artista come te. Anche a me sarebbe piaciuto frequentare una scuola di musica seria o magari il conservatorio, per non essere considerato un semplice strimpellatore da pianobar” diceva Marco parlando con l’amico.

“Hai ragione, magari mi farà anche bene smettere per un po’ i provini….interromperò questa maledetta striscia negativa. Come va va!” esclamò Marzio sorridendo.

“E comunque ti devi trovare una ragazza come si deve.  Basta crocette sulle foto delle tue amiche. Non sei stufo di ricevere sms con scritto 6 uno stronzo ?” aggiunse Marco, urlando e piegando appena il capo di lato per sovrastare il rumore dell’auto.

“Ancora con questa storia! Non ho intenzione di avere più relazioni dopo la batosta di Isabella!” rispose Marzio guardando fuori dal finestrino. Marco scosse il capo.I due uomini attraversarono  Roma, fino a giungere nei pressi di un elegante palazzo di Viale Mazzini.  Marco accostò.

“Secondo me non devi perdere le speranze, mica sono tutte stronze come lei! E poi dovresti fare anche un po’ di autocritica, secondo me” disse Marco proseguendo la discussione.

Marzio scese dall’auto guardandosi intorno e sistemandosi bene sul naso i suoi occhialini da vista.  L’espressione sbigottita alle parole dell’amico.

“Io dovrei fare autocritica? E perché?”

“Perché a causa del passato ti sei coperto con una corazza per poterti ben difendere dalle delusioni. Capisco come ti senti, ma devi andare avanti ed essere più propositivo. Il tuo essere taciturno e misterioso sulle prime affascina, ma è un arma disgraziatamente a doppio taglio.”

“Probabilmente hai ragione. Ma ultimamente non sono molto positivo sulle questioni di cuore, o forse sono solo troppo preso dal mio sogno e questo agli occhi degli altri mi rende un fallito egocentrico ed un illuso…comunque questo è il mio carattere e non posso certo cambiarlo”.

“Nessuno ti dice che devi cambiare ogni cosa ,ma devi solo smussarne qualche lato, tutto qui. Lascia stare quella negatività che ti porti dietro. Buttarsi giù significa soltanto attirare altra negatività. Fidati di chi ci è già passato! Sorridi!” concluse Marco mimando un sorriso con le dita sul suo volto.Marzio annuì alle parole fraterne del suo amico che era sempre lì ad aiutarlo in ogni difficoltà anche se la vita qualche mese prima lo aveva messo con le spalle al muro. Nonostante l’improvvisa morte del padre, Marco aveva reagito al dolore e si era fatto carico anche della sofferenza della madre, ma nonostante tutto non aveva perso il sorriso e la sua voglia di vivere. Aveva sempre la musica come valvola di sfogo. In confronto a questa situazione di sicuro i problemi di Marzio erano veramente frivoli ma il ragazzo ad ogni modo non trascurava l’amico che a sua volta offriva il suo sostegno psicologico e morale. I due pertanto, nonostante si conoscessero solo da qualche anno sembravano come fratelli.Marzio si accostò al citofono cercando l’interno e poi suonò con decisione attendendo la risposta che non tardò a giungere. Una voce metallica di donna indicò il piano e la posizione della porta sul pianerottolo. I due uomini si avventurarono nell’androne del palazzo seguiti a vista dall’elegante portiere in divisa che puliva in terra alcune foglie secche. Giunti nell’enorme appartamento adibito a ufficio, una ragazza li accolse porgendo loro un foglio da compilare.

“Oh no grazie…a me il foglio non serve…Io sono il manager” sentenziò Marco dandosi un contegno, restituendo il foglio alla ragazza che lo guardò dubbiosa per poi allontanarsi.

“Ma sei matto? Tu il mio manager? Con quelle scarpe?” esclamò sottovoce Marzio abbassando lo sguardo sulle Converse nere dell’amico e i jeans strappati al ginocchio.

“Bé che c’è? Sono un tipo…. un po’  vintage…ma molto chic!” rispose ridendo e gesticolando.

Marzio si apprestò a compilare il foglio con i suoi dati e dopo qualche minuto la ragazza tornò a ritirarlo.

“Vieni la sala è già piena” disse la tipa a Marzio che la seguì non potendo evitare di squadrarle il fondoschiena per via della gonna molto mini.

Giunto nella sala egli si trovò di fronte a un gruppo di persone con in mano fogli scritti. Facevano memoria dei loro cavalli di battaglia. Tra di loro egli riconobbe Andrea Lamberti. Una sensazione di rabbia e rancore percorse la schiena di Marzio. Il suo antagonista era di nuovo sulla sua strada. Un tipo snob, che aveva anche lui la passione per la recitazione e che negli ultimi mesi era diventata la sua professione poiché era riuscito ad ottenere una serie di contratti di lavoro che gli furono utilissimi per farsi pian piano conoscere. Andrea si era più volte scontrato con Marzio in passato, già dai tempi della scuola superiore, ma gli screzi non si limitavano a semplici ragazzate poiché con l’età adulta altre situazioni intersecarono le strade dei due uomini per poi dividerle in maniera drastica. Durante uno stage di recitazione tenuto da attori professionisti, Andrea tolse a Marzio una parte importante che gli avrebbe garantito maggiore visibilità. Inoltre un’altra situazione, che si chiamava Isabella, alimentò il rancore tra i due uomini. Lei, proprio la donna che aveva stregato il rude Marzio e che era riuscita a sciogliere il suo cuore come cera calda. Egli addirittura progettava con lei il matrimonio, parola che era sempre stata bandita dal suo vocabolario di artista solitario. Poi,come sempre, quando si crede che la felicità sia al culmine, succede l’inaspettato. Isabella in preda a singolari desideri di emancipazione abbandonò Marzio, poiché si sentiva oppressa e non pronta al matrimonio. Salvo poi, dopo qualche mese farsi vedere da Marzio, in prima fila in platea,ad applaudire Andrea, il suo nuovo fidanzato. Quindi egli era riuscito a strappare anche un’altra parte importante della vita di Marzio Per questo ogni incontro tra i due era pericoloso, troppi  rancori passati ma non ancora distrutti. Marzio chiuse dietro di se la porta cercando di non farsi innervosire dall’inquietante presenza del passato che faceva però ancora male. Cercava di fare memoria e preparare il suo pezzo. Camminava avanti e indietro ripetendo tra se e se, quando avvertì una presenza alle sue spalle.

“Torresi! Che piacere vederti! Avevo la sensazione che mi sarei annoiato oggi se tu non fossi venuto. Sai, conquistare così facilmente la parte senza vederti rosicare non mi avrebbe dato lo stesso piacere ed invece eccoti qui!” esclamò sarcastico.

“Be se stanno cercando qualcuno per interpretare il ruolo di un vero stronzo di sicuro la parte è tua!” si limitò a rispondere Marzio portando lo sguardo altrove. Stava cominciando a vedere rosso e cercava di contare fino a dieci per non sbottare.

“No sai…credo che cerchino qualcuno per la parte di un fidanzato cornificato e poi lasciato” ribatté Andrea piazzando la stoccata più dolorosa per Marzio che, in una frazione di secondo perse il controllo e reagì colpendolo, seppur di striscio, con un pugno e procurandogli una piccola ferita sul sopracciglio. Subito dopo si rese conto di ciò che aveva fatto. Nella stanza tutti si voltarono a fissarlo mentre alcuni soccorrevano Andrea sdraiato a terra sanguinante che cercava di non sporcare col sangue la sua cravatta di raso viola costosissima. Il regista e i suoi collaboratori cacciarono immediatamente Marzio dal casting e  un sorriso comparve quindi sul volto insanguinato di Andrea. Marzio in preda alla rabbia corse verso Marco che lo attendeva in corridoio.

“Che hai combinato? Cosa sono queste urla?” chiese Marco alzandosi dalla sedia e ascoltando il trambusto nella sala.

“Ho tentato di spaccare il sopracciglio a uno stronzo!” disse Marzio tirando dritto sparato verso la porta e girando con rabbia la maniglia. Marco lo seguì giù per le scale facendo fatica a stare dietro l’amico che con le sue lunghe leve camminava più svelto.

“Ma per caso ai casting cercavano l’erede di Bud Spencer?” chiese ironico Marco non perdendo, nonostante tutto, la  sua proverbiale ironia.

“ Ho bisogno di un caffè!” esclamò Marzio fermandosi poi al portone per un istante a riflettere e respirando a fatica per il nervoso. Poggiando una mano sul muro egli si guardava attorno scuotendo il capo. Dentro la sua testa miliardi di pensieri si rincorrevano contemporaneamente.

“Io propongo una tisana rilassante, melissa e camomilla per tutti!  Dai c’è un bar qui vicino andiamo!” disse premuroso Marco con una pacca sulla spalla dell’amico………..

 [1] Lett. lumachina  è il vezzeggiativo con cui Rugantino si rivolge a Rosetta nella commedia teatrale omonima. Nel dialetto romano spesso il termine vuole indicare ragazza carina, dolce.

[2] Corsa: originario della Corsica

ENGLISH VERSION

“It ‘s over,” cried the girl taking his helmet from the back seat. Stephen yelled in his face all his hatred. Out of the car and slam the door was one. Elisa ran away while he scoured, left to other places leaving the “failed” as he had appealed several times during the heated argument, would follow his foolish dreams of gloria.Lei instead reached the Colosseum reddened by the sunset and sat on a low wall mingling in the crowd of tourists and flash.

“Oh good you do you photo with Er Centuria ? Spic inglisc?? Spanisccc? “Exclaimed the burly dude, disguised as ancient Roman centurion raising his fist armed with a sword and trying to earn the last ten euro of the day and the sympathy of the girl.

“No thanks,” replied the girl with a smile, trying to hide the tears and the sadness and pointing a little the dialect of Rome. The centurion with streaks knew then that she was a local.

“Oh beautiful girl don think, now , mò mò, come the New Moon and you’ll see that everything changes and becomes very very better mejo! Ave Ciumachella [1] or Centuria salutat you, “said the guy consoling the girl could not help but smile through her tears at the imperial salute the man who had just returned. She took from his bag an exercise book full of post-it notes and placed in bulk and looking around, he began to write.

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Rome is stretched in the sun light on a Thursday in early November. There was a bustle outside the DAMS incredible. Students old and new, off course and students. Despite the lessons would begin the following Monday, there were those who wrote the times, people seeking textbooks, classrooms for those seeking admission test and those who simply could not wait to see old friends to start a new year full of dreams, study pages and old loves. Cigarette smoke and protest banners around that old porch of years old, walked Elisa looked up on bulletin boards. Eyes very swollen from sleepless night that did not prevent, however, to look around for friendly faces and study through other eyes, those of the students, to see which of them could have that light, the same light that she saw in her. That twinkle that showed the world the will and passion to want to study and want to leave your name echo in eternity, as recited that old movie, one of many that she loved. The desire to want to be somebody and make their lives extraordinary. Thinking back to the nth and finally last fight with Stephen, it did not seem at all extraordinary. But perhaps you have closed the story really symbolized the end of a tunnel and gave breath to his hopes. The girl went over to one of the boards where you putting up ads for the sale of used books. A good way to save for many students, since most of the books had exorbitant costs. He tried a space between the dozens of sheets already hanging and once found, posted your ad. He was selling the books of his penultimate test. To draw attention had drawn a sun and a moon close to each other, an ‘image that he loved so much, especially the second. At the end of the paper had carved many strips where he had repeatedly written his phone number and his name. After entering the last needle still his announcement about smiling. Spread it for good, that could be seen easily, then walked away towards the door. Giorgia and Floriana is pararono the front with their shrill voices with a distinctive cadence of  Roman Dialect from Trastevere’s district.

“If you only knew….” began Giorgia, more shapely and pretty of the two friends.

 “What is it, the summer holidays have been more exciting than expected? Or you’ve finally won the darts tournament at the Long Hall Pub, “asked Elisa shaking his head and laughing together in Floriana.

“But no, we just wanted to give you the scoop of the century,” he added just the latter.

“Remember the assistant Jacobins?” Said Giorgia blonde curly.

“The handsome? Of course I remember! You talk about it all the time and certainly not for his professional skills, poor fellow. A life of study and culture overshadowed “Elisa said, nodding and smiling.

“It ‘became professor of Institutions Director and film,” said the red-faced. Elisa smirks. Was the question that was missing before graduation and the idea of ​​following along with the notorious and now assistant professor neo-fascinated her. Elisa knew Jacobins for his skills as a teacher and director, had followed in depth career in the theater and it was without doubt his most inspiring way of teaching, without detracting from the old professor outgoing. The girls commented to each other that this gossip swirling already transpired within the walls of the right, and just in that moment came the good professor in jacket and shirt, with a nice pair of skinny jeans with the legs straight and slender. The beautiful tuft of brown hair swayed with every step, and he, aware of the eyes of the students seemed pleased, however, be embarrassed and looked down, sparing but smiles. The professor walked toward the two girls who had followed in the past some of his lessons, when replacing the old Professor Molinari, and recognized. Come before them stopped running his hand through his hair.

“Hello girls, ready for a new year?” Said the man with the blue eyes and Floriana notte.Giorgia nodded exchanging looks ironic and responding in confidence since he was always friendly with his students. The young professor Elisa noticed serenely watching him with a faint smile.

“You are new? I have never seen in class of prof. Molinari, “he asked politely.

“She’s a nerd …. did not repeat an exam, that’s why you do not know, “she hastened to answer Giorgia, arousing the laughter of the company.

“Do not pay any attention to my friend! Follow its course for the first time, since it is the last exam before graduation, “said the girl.

“Give me of you?” The professor laughed heartily and said “the way you make me feel old, I just 40 years old! However, pleasure, Roberto … congratulations for graduation next then “taking her hand.

Elisa stood for a moment dumbfounded but then recovered favoring then the act of presenting and professor.

“My name is Elisa Teillard”

“Oh …. name stranger?” The professor asked curiously.

“Of Corsican origin …. so I have always told my paternal grandparents but I’m Italian and Roman in every way,” said the girl amused.

“Oh Corsica … interesting … congratulations! See you Monday to lesson then, Mademoiselle Elisa “concluded the man waving then the other two girls, one of them smiled furbette. Elisa looked at his watch and noticed to be late, so the emphasis greeted with two friends and ran down the corridor to reach the porch. As he ran, trying to avoid obstacles humans, a very tall man, collapsed right on top of her. The girl stopped turning annoyed. The man just looked at her, then went straight to his way, muttering something.

“Idiot!” Shouted behind her and began to walk toward the porch. It is a little sad because when these things were happening absolutely fortuitous, she took it as a personal thing. “I have a  Casper’s syndorme!” Often used to say to her friends, because as the ghost created in the early forties by Seymour Reit and Joe Oriolo, he wanted to show others in all its essence, gentleness and intelligence but apparently they remained scared or just did not see her, and she understood to be different. This thing sometimes sad, sometimes they instilled the courage and orgoglio.Ora then began his senior year, the day of reckoning. This thought within himself and went to the exit of the faculty. Had to hurry because the job was waiting at the bar and was getting late. The grumpy man turned again to the girl, who now came out of the gate. Then she looked back Boards slowing the pace. He paused on the moon imprinted on the ad and settling the glasses rimmed fashionable read it carefully. Were just some of the books I was looking for. He took then a strip of the announcement, read the number and the name, Elisa, and put it in his pocket and then hurried back to the door of the faculty. Descended the stairs. Marco was there smoking a cigarette, leaning against his car and looked around smugly.

“Did you see that?” Exclaimed ironically nodding of the head swirling the comings and goings of cute  girls entering and leaving university.

“Yeah … this is one of the reasons why I joined here years ago,” said a hearty laugh Marzio friend “by now we go otherwise I’m late to the audition” went on the boy.

 “Oh, do you remember the promise you made me?” Asked the young man going to his old Clio gray.

“Of course I remember … even if I’m wrong this audition I start to study … look I also got the numbers to buy books and I pinned the course schedules are or are not a model student?” Said Marzio chanting, waving in front of the face of his friend the strip. The car went through the busy streets of the city.

“Marzio by not making ironic, you know why I say this, I do not want the usual pistolotti you make your own, but this piece of paper to something you will need. It’s always a curriculum for an artist like you. Me too would like to attend a school for serious music or even the conservatory, not to be considered a simple strummer by piano, “said Mark talking to his friend.

“You’re right, maybe I will also do well to stop for a little while ‘specimens …. break off the bloody streak. How’s go! “Said Marzio smiling.

“Anyway you have to find a girl like you should. Just spreaders on the photos of your friends. Are not you sick of receiving sms with 6 an asshole? “Said Marco, screaming and bowing his head slightly to the side to block out the noise of the car.

“Again with this story! I’m not going to have more relations after the beating of Isabella! “Said Marzio looking out the window. Marco shook his capo.I two men passed through Rome, to arrive near an elegant building of Viale Mazzini. Marco pulled over.

“I do not think you have to give up hope, not all are bitches like her! And then you should do some ‘self-criticism, in my opinion, “said Marco continuing the discussion.

Marzio got out and looked around, adjusting his glasses on his nose well out of sight. The startled expression to the words of his friend.

“I’m supposed to be self-critical? And why not? ”

“For the past because you’re covered with an armor to be able to defend well from disappointment. I understand how you feel, but you have to move on and be more proactive. Your being taciturn and mysterious at first fascinated, but it is a double-edged weapon, unfortunately. ”

“You’re probably right. But lately I’m not very positive about matters of the heart, or maybe I’m just too caught up in my dream and that the eyes of others makes me a failed self-centered and delusional … but this is my character and I can not change it. ”

“No one says you have to change everything, but you just have some blunt side, that’s all. Forget the negativity that you carry around. Jump off means only attract more negativity. Trust those who has already passed! Smile! “Concluded Mark mimicking a smile with her fingers on his face .Marzio nodded to fraternal words of his friend who was always there to help in every difficulty even if life a few months earlier had put him up against the wall. Despite the sudden death of his father, Marco had reacted to pain and had also taken charge of the suffering of the mother, but in spite of everything he had lost his smile and his joie de vivre. He always had music as an outlet. In comparison to this situation certainly problems Marzio were really frivolous but the boy however did not neglect her friend who in turn offered his psychological and moral support. The two therefore, although they knew only a few years seemed like fratelli.Marzio approached the intercom looking inside and then played with decision awaiting the answer was not long in coming. A metallic voice of a woman pointed to the floor and the position of the door on the landing. The two men ventured into the hall of the palace followed by the elegant doorman in sight who cleaned the ground dried leaves. Joints in the enormous apartment used as an office, a girl greeted them handing them a sheet to fill out.

“Oh, no thanks … I do not need the paper … I’m the manager” declared Marco giving himself a countenance, returning the paper to the girl who looked at him doubtfully and then move away.

“Are you crazy? You my manager? With those shoes? “Marzio said softly, looking down on the Converse of his black jeans and torn at the knee.

“Well what is it? I’m a …. a little ‘vintage … but very chic! “he said, laughing and gesturing.

Marzio proceeded to complete the form with your information and a few minutes later she came back to pick it up.

“Come the room is already full,” said the girl Marzio that followed could not avoid squadrarle the lower back because of the very mini skirt.

Once in the room, he found himself in front of a group of people holding sheets written. Was a remembrance of their war horses. Among them he recognized Andrea Lamberti. A feeling of anger and resentment through the back of Mars. His antagonist was again on its way. A type snob, who also had a passion for acting and in recent months had become his profession because he was able to get a series of employment contracts that were very useful to get to know slowly. Andrea had repeatedly clashed with Mars in the past, since the time of high school, but the disagreements were not limited to mere childish because by adulthood other situations intersected the paths of the two men and then break dramatically. During an internship in acting taught by professional actors, Andrea took Marzio an important part that would guarantee greater visibility. Also another situation, called Isabella, fueled resentment between the two men. She, the woman who had bewitched the rude Marzio and was able to remove his heart like hot wax. He even planned her marriage, a word that had always been banished from his vocabulary reclusive artist. Then, as always, when you believe that happiness is at its height, the unexpected happens. Isabella prey to singular desires of emancipation left Marzio, since he felt overwhelmed and not ready for marriage. But then, after a few months to be seen by Marzio, in the front row in the audience to applaud Andrea, her new boyfriend. So he was able to tear up another important part of the life of Marzio’s why every meeting between the two was dangerous, too many grudges passed but not yet destroyed. Marzio closed the door behind him trying not to annoy the disquieting presence of the past, which was, however, still hurts. He tried to memory and prepare his piece. He walked back and forth repeating to himself, when he felt a presence behind him.

“Torresi! Good to see you! I felt that I would have bored today if you had not come. You know, win so easily without seeing to fret would not give me the same pleasure and instead here you are! “He said sarcastically.

“Well if you are looking for someone to play the role of an asshole for sure the part is yours” only replied Marzio bringing looked away. He was beginning to see red and tried to count to ten for not blurt out.

“No … I think you know who are looking for someone for the part of a cuckolded boyfriend and then left,” said Andrea placing the most painful jab for Marzio, in a split second he lost control and reacted by hitting him, albeit in passing, with a punch and giving him a small wound on his eyebrow. Soon after he realized what he had done. In the room all turned to stare at him while some succor Andrea lying bleeding on the ground trying not to get in the blood of his necktie purple satin expensive. The director and his team immediately drove Marzio by casting and then a smile appeared on his face bloodied by Andrea. Marzio in a rage ran to Mark who was waiting in the corridor.

“What did you do? What are these cries? “Marco asked, rising from his chair and listening to the commotion in the room.

“I tried to split the eyebrow in an asshole,” said Marzio pulling straight shot to the door and angrily turning the handle. Marco followed him down the stairs struggling to keep up with the friend who was walking with his long levers quicker.

“But if the casting sought the heir to Bud Spencer,” asked Marco ironic not losing, despite everything, his proverbial irony.

“I need a coffee!” Said Marzio then stopping at the door for a moment to reflect and breathing hard for the nervous. Placing a hand on the wall, he looked around and shook his head. Inside his head billions of thoughts were running simultaneously.

“I propose a relaxing herbal tea, lemon balm and chamomile for everyone! From there is a bar near here we go, “said Marco thoughtful with a pat on the shoulder of his friend ………..

 [1] Letter snail is the nickname with which Rugantino is aimed at Rosetta in the stage play of the same name. In the Roman dialect often the term is intended to indicate pretty girl, sweet.

Tutto l’amore della Luna – All the love of the Moon

Elisa Teillard , 25 anni, è una laureanda al DAMS nel corso di laurea CINEMA e ARTI DELLA VISIONE. Vive in affitto in una casa nel quartiere Prati, dividendo le spese con la padrona dell’appartamento,una donna di circa 10 anni più grande di lei, Flavia, che in virtù di questa convivenza  è divenuta la sua migliore amica. Quest’ultima è reduce da un matrimonio fallito ma nonostante tutto cerca di riprendere in mano la sua vita. Elisa scrive gli ultimi capitoli della sua tesi mentre prepara l’ultimo esame da dare prima della laurea. Per guadagnarsi da vivere, nel pomeriggio lavora in un piccolo bar di Piazza Mazzini, dopo le lezioni all’università. La luna è la figura ricorrente di tutta la sua vita Ha accompagnato tutti gli eventi significativi sia in positivo che in negativo del suo vissuto a partire dal giorno della sua nascita: Lunedì. La luna le si manifesta in tutte le forme,ed è proprio per questo che la ragazza ha deciso di tatuarsela sul fianco destro. Elisa considera l’astro come una sorta di simbolo che illumina e influenza in parte il destino degli esseri umani. Durante le esperienze della sua vita si chiede che senso hanno le coincidenze, se tutto è da imputare al caso oppure le azioni del corpo e dello spirito sono causa e conseguenza di altre azioni così come le persone che incontriamo. Elisa ha incontrato tantissime persone e ognuna di loro ha portato e continua a portare sempre qualcosa di utile, nel bene o nel male, per il proseguimento della suo cammino; un nuovo anello nella catena che si lega al vissuto precedente creando le situazioni per le azioni future. E’ in tutto questo che la luna può influenzare il percorso già scritto, magari deviando le strade per farci incontrare altre persone e farci vedere e comprendere cose che in un primo momento non vogliamo o non possiamo vedere. Elisa cerca di ricostruire giorno per giorno il filo della sua vita e dare un senso agli eventi, vuole vedere fino a che punto il destino rappresenta la scaletta del film della nostra vita e come noi ne siamo gli sceneggiatori e la luna il regista che sa dare quel tocco in più. Una sorta di principio del karma che Elisa cerca di rielaborare in modo originale e veritiero e che le ha insegnato ad apprezzare la vita in tutte le sue sfumature, sorreggendola nei momenti di difficoltà. Le tante coincidenze della sua vita sono legate proprio a questo concetto e la ragazza quindi incentra sull’astro la storia a cui sta lavorando ormai da qualche mese. Il protagonista dialoga con la luna, raccontandole ogni singolo giorno ed ecco che in una sola notte la sua vita cambia di colpo. Gli eventi negativi e le persone che ha incontrato, sono stati comunque importanti. Il protagonista pur avendo perso l’amore della sua vita rinasce e continua a vivere traendo linfa da quell’incontro che gli ha squarciato il petto, per rendere la sua vita straordinariamente semplice e continuando ad inseguire i suoi sogni. Anche la vita di Elisa sta per cambiare. La ragazza lascia in un pomeriggio di ottobre, il ragazzo che credeva fosse perfetto, scendendo furibonda dalla sua auto e si siede piangendo,su un muricciolo sotto al Colosseo, a riflettere sul suo ennesimo fallimento. La ragazza nonostante tutto ha una personalità coriacea che a tratti è dirompente, costruita con fatica e superata la prima impasse sa reagire, come ha già fatto in passato con tutte le situazioni della sua vita, come il divorzio dei genitori, le amicizie sbagliate, le storie d’amore fallite, editori e produttori che hanno sfruttato le sue idee senza dargliene credito. Si è costruita una corazza e la sua forza sta nell’avere sempre bene in mente l’obiettivo della sua vita: diventare regista e sceneggiatrice. Nel frattempo,nonostante le tante vicissitudini che hanno contraddistinto la sua vita fino a quel momento, ha ancora molti gradini da salire e incomincia il suo ultimo anno di università, con vigore e grande entusiasmo decisa e pronta a tutto pur di realizzare il suo sogno, convinta che in fin dei conti nulla è coincidenza….nemmeno il sole e la luna disegnati su quell’annuncio appeso in bacheca che ha attirato l’attenzione di Marzio….

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ENGLISH VERSION

 Elisa Teillard, 25, is a graduate student at DAMS in the degree course and CINEMA ARTS OF VISION. Lives for rent in a house in Rome’s Prati district, sharing expenses with the owner of the apartment, a woman about 10 years older than her, Flavia, who by virtue of this coexistence has become her best friend. The latter is recovering from a failed marriage but nevertheless tries to regain control of his life. Elisa writes the final chapters of his thesis as he prepares to give the final exam before graduation. To earn a living, in the afternoon working in a small bar in Piazza Mazzini, after class university. The moon is the recurring figure throughout his life has accompanied all the significant events in both positive and negative of his experience from the day of his birth: Monday. The moon appears in all forms, and it is precisely for this reason that she decided to make a tatoo on the right side. Elisa sees the star as a kind of symbol that illuminates and influence in the fate of human beings. During the experiences of his life he wonders what sense have the connections, if everything is due to chance or the actions of the body and the spirit are the cause and consequence of other actions as well as the people we meet. Elisa met so many people and each of them has brought and continues to bring something useful, for better or for worse, for the continuation of his journey, a new link in the chain that binds the previous experience creating situations for actions future. All this that the moon can affect the path already written, maybe turning the streets for us to meet other people and make us see and understand things that at first do not want or can not see. Elisa tries to reconstruct the line every day of his life and make sense of the events, wants to see the extent to which the fate of the film is the ladder of our lives and how we we are the writers and the moon the director who knows how to give that extra touch. A sort of principle of karma that Elisa tries to rework an original and true and who taught her to appreciate life in all its shades, supporting her in times of trouble. The many coincidences of his life are related precisely to this concept and the girl then focuses AStrO the story he’s working on now for a few months. The protagonist converses with the moon, telling her every single day and that’s just in one night his life suddenly changed. Adverse events and people he encountered, were still important. The protagonist despite having lost the love of his life is born and continues to live drawing sap from that meeting that ripped through the chest, to make his life extremely simple and continuing to pursue her dreams. Even the life of Elisa’s about to change. She leaves in an October afternoon, the boy she thought was perfect, down furious from his car and sits weeping on a low wall under the Colosseum, to reflect on his umpteenth failure. She nevertheless has a tough personality that at times is disruptive, built with hard work and overcome the impasse first know how to react, as it has done in the past with all situations in his life, such as parental divorce, friendships wrong, the failed love stories, editors and producers who have used his ideas without give him credit. Has built a shell and its strength lies in having always in mind the goal of his life, becoming a director and screenwriter. Meanwhile, despite the many vicissitudes that have marked his life up to that point, it still has many steps to climb and begins his final year of university, with vigor and enthusiasm strong and ready to do anything to achieve his dream, convinced that in the end nothing is coincidence …. even the sun and the moon hung drawn on this announcement on the bulletin board that has attracted the attention of Marzio ….

 

 

 

 

GOCCIA DI SPADA- DROP’S SWORD

Perché  ho scritto GOCCIA DI SPADA? Perché è un’arma legante e nobile e la sua massima espressione è la Katana. Ma comunque per goccia intendo goccia di un verso, tagliente come la sottile lama di questa magnifica spada. Gocce con cui voglio descrivere ciò che sento, gocce con cui ho cercato di infrangere cristalli di ipocrisia, sorrisi e facce amiche e nemiche. Le ho composte all’ombra di un acero rosso e arancione, negli anni, e tutto è venuto da se, nulla è stato numerato o schedato. Tutto è partito dal dettame tormentato del cuore, nel momento in cui ho conosciuto l’amore di cui invaghisco cuore e cervello, ormai ogni giorno. Tutto questo è architettato in un mistico racconto scritto day by day . Dalle battaglie del pensiero in cui vi sono schiere di sentimenti differenti e pensieri di rame orgoglio e odio legittimo, fino a giungere con un semplice cammino vitale, alle poesie di un irrazionale che ama in questa semplice vita quotidiana. E’ proprio così irrazionale dichiarare il proprio amore? E’ un peccato? Ma io pensavo che il peccato fosse il male e non l’amore. Quindi mi sembra di capire che a questo mondo si è governati dal male e dal peccato. Ma se è così allora cosa viviamo a fare? Per farci del male da soli, gli uni contro gli altri? Per succhiarci un rivolo di vita? Per cibarsi del sangue altrui che bagna le battaglie? Per il sacro fuoco dei demoni? Ed io allora che cosa sono, un angelo tra i demoni?, o un demone bianco dalle grandi ali e dalle pupille d’oro lucenti, solo perché parlo dell’amore? Sono un demone buono e diverso dagli altri? Io combatterò con la poesia i demoni altrui. La poesia in fondo così debole, taglia con la katana, solo i cuori ribelli e ardenti e sarà dunque la mia arma. Dove sono finti Rimbaud e Verlaine? Dove sono finiti i poeti che odiavano la loro putrida società, dove sono finiti dunque? Io ne porto in me una parte , solo quella angelica ed isterica che si scatena contro l’esercito della stupidità. Quel suo nome riecheggia gli eroi del passato, sinonimo di magnificenza e suona così dolce al mio orecchio, mi da serenità e percorre il mio cuore come il cavallo che cavalca nelle battaglie della vita. Non so davvero come finirà la mia storia d’amore con un angelo figlio del cielo e della luna, ma mi basta la sua sincerità, il suo sguardo fiero che sta guardando in faccia la tristezza e l’asprezza della vita. Tra le dorate date voglio racchiudere questa graziosa esperienza del cuore, che continua. Sonetti e pensieri erano prima. Gocce di spada  in prosa,saranno.

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ENGLISH VERSION 

Why I wrote DROP’S SWORD? Why is a weapon binder and noble and its highest expression is the Katana. But anyway I intend to drop the drop of a verse, as sharp as the thin blade of this magnificent sword. Drops that I want to describe what I feel, drops with which I tried to break crystals of hypocrisy, smiles and friendly faces and enemies. I have made the shade of a maple red and orange, over the years, and it all came from if nothing has been numbered or cataloged. It all started tormented by the dictates of the heart, of which fall in love heart and brain, now every day. All this is orchestrated in a mystical tale written day by day. From the battles of thought in which there are hosts of different feelings and thoughts copper legitimate pride and hatred, till with a simple way of life, the poetry of an irrational love that in this simple daily life. It ‘just so irrational declare his love? It ‘a shame? But I thought that sin is evil and not love. So I understand that this world is ruled by evil and sin. But if so, then what are we living for? To harm us alone, against each other? To suck a stream of life? To feed on the blood of others that bathes the battles? For the sacred fire of the demons? And then what I am, an angel among demons?, Or a white demon with great wings and bright golden eyes, just because I speak of love? I’m a demon good and different from the others? I will fight the demons with the poetry of others. The poem at the bottom so weak, cutting with the katana, only the rebellious hearts and ardent, and will therefore be my weapon. Where are fake Rimbaud and Verlaine? Where are the poets who hated their rotten society, where are they then? I’ll bring in a part of me, only that angelic and hysterical rages against the army of stupidity. That his name echoes the heroes of the past, synonymous with magnificence and sounds so sweet to my ear, it gives me peace of mind and my heart runs like horse riding in the battles of life. Do not really know how it will end my love affair with an angel son of heaven and the moon, but I just his sincerity, his fierce gaze that is looking into the face of sadness and bitterness of life. Among the golden dates I want to enclose this lovely experience of the heart, which continues. Sonnets and thoughts were before. Drops the sword in prose, will be.

Tutto l’amore della Luna © Manuela Battistelli

Ce l’ho fatta….dopo due anni di lavorazione ho terminato il mio 4 libro. Stavolta è un romanzo che racchiude una storia a cui tengo particolarmente e a cui sono legata. Ovviamente la storia è di pura fantasia ma dentro ci sono descritte alcune esperienze che ho vissuto davvero e che mi hanno accompagnato in questo lungo percorso di maturazione della mia professione di scrittrice e sceneggiatrice. Questa maturità non è ancora completa perchè non si finisce mai di imparare in questo mestiere affascinante. Il mio prossimo progetto sarà la sceneggiatura di questo romanzo, a cui avevo già iniziato a lavorare in parallelo alla scrittura e poi mi piacerebbe scrivere un fantasy.  Vedremo. Intanto mi godo questa nuova nascita e a breve vi indicherò la pubblicazione e dove acquistare il libro.